La Nuova Ferrara

Ferrara

«Dobbiamo investire di più sui giovani»

di Gian Pietro Zerbini
«Dobbiamo investire di più sui giovani»

Govoni: occorre ripartire dalle imprese per rilanciare l’economia dopo anni di crisi, puntando su innovazione e ricerca

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Presidente Govoni, come sta l’economia dopo anni di crisi?

«Il nostro Paese non vive certo oggi uno dei suoi momenti migliori. Soffriamo gli effetti di una crisi che viene da lontano e che ci ha investito con grande violenza, colpendo famiglie e imprese. I dati sulla disoccupazione credo siano un indicatore chiaro di questa grande difficoltà, che sta purtroppo colpendo i più deboli, quindi le famiglie a basso reddito, i nostri giovani, che fanno fatica a costruire il proprio futuro, le imprese di piccole dimensioni fortemente dipendenti dai consumi interni che non mostrano ancora di poter risalire la china. Cogliamo, comunque, i primi segnali di ripresa che vengono soprattutto dall’unico indicatore economico rimasto quasi sempre in positivo anche in questi anni di crisi. Mi riferisco all’export manifatturiero, che, a luglio 2015, ha registrato un saldo di conto corrente pari a 36,2 miliardi di euro (2,2 per cento del PIL), in forte aumento rispetto ai dodici mesi precedenti (23,1 miliardi. Il problema restano i consumi delle famiglie che, o per oggettive difficoltà, oppure per il clima di sfiducia che si respira, non progrediscono. E questo ovviamente innesca un circolo vizioso: bassi consumi significano scarsi acquisti e scarso fatturato per le imprese italiane».

Ma cosa serve per un reale cambio di passo?

«Servono maggiori investimenti in ricerca, sviluppo e digitalizzazione della pubblica amministrazione e delle imprese, maggiori incentivi nei confronti delle imprese innovatrici, servono strumenti finanziari specifici per finanziare nuove startup e giovani talenti. Servono partnership pubblico-privato efficaci, legami tra università e impresa più stabili, attenzione al mercato del lavoro, potenziamento qualitativo dell'istruzione. Sono queste, a mio parere, le chiavi per avviare una nuova fase di crescita. Al Governo, alle Regioni, all’Europa, nell’interesse delle imprese e dello sviluppo, le Camere di commercio chiedono una cosa: eliminare le leggi inutili e raccordare tra loro, in modo chiaro, quelle esistenti».

Nello scenario del dopo Brexit, è l’incertezza a tenere banco nei discorsi e nelle valutazioni politiche ed economiche. Che cosa succede adesso?

«Situazione di forte volatilità dovuta all’incertezza politica, che coinvolge in Europa 25 mila aziende che danno lavoro a 9 milioni di persone e in cui sono investiti 600 miliardi di euro. Ma non solo per il voto britannico, ma anche per la situazione in Spagna, in stallo da mesi, o le vicende che coinvolgono la Turchia: incertezza che rischia di tenere lontani gli investitori dal contesto europeo e accentua la frenata dell’economia comunitaria. Guardando a Brexit, bisognerà prima di tutto fare i conti con i tempi di questo divorzio. E poi ci vorranno almeno un paio di anni per completare tutta la fase dei trattati di uscita. Dai quali scaturiscono altre questioni: si arriverà a stabilire, come con la Norvegia, una normativa che lascia uno spazio di mercato sostanzialmente invariato in termini di regole economiche e finanziarie, oppure la Gran Bretagna sarà da considerarsi un paese offshore, con nuove regole proprie? Questione non da poco, perché nel primo caso si tratta di mantenere un passaporto europeo che permette di assumere una persona in modo identico in ogni paese membro».

E le prospettive dell’economia ferrarese?

«Ferrara è una provincia di straordinarie energie, che trae dalla sua cultura, dalla sua rete sociale, dai suoi diversi territori, dal suo patrimonio civile, risorse utili all’innovazione e allo sviluppo dell’economia. Abbiamo bisogno di non nasconderci nessuno dei problemi e delle dure prove da affrontare, proprio per poter suscitare un vasto moto di energie e di volontà, capace di mettere a frutto tradizioni, risorse e potenzialità di cui noi ferraresi siamo ricchi. Dobbiamo saper guardare in positivo al mondo com'è cambiato, e all'impegno e allo sforzo che esso ci richiede. Tante nostre imprese lo hanno già fatto trovando, nella dimensione della crescita sostenibile, la forza e l'abilità di sintonizzarsi su nuove frequenze per intercettare i fabbisogni emergenti del mercato. E hanno dimostrato di saper costruire non solo valore aggiunto nelle filiere tradizionali del made in Ferrara, ma anche sviluppare nuove specializzazioni fatte di creatività, tecnologia e rispetto dell'ambiente, senza rinunciare alla capacità di creare bellezza e qualità. È dalle imprese che occorre ripartire».

C’è il rischio che i nostri giovani si scoraggino, non vedano la possibilità di realizzarsi, di avere un'occupazione e una vita degna nella loro comunità?

«Investire sui giovani, scommettere sui giovani, chiamarli a fare la propria parte e dare loro adeguate opportunità. Che questa sia la strada giusta, ho potuto verificarlo in tante occasioni. Ho visto la motivazione di giovani, tra i quali molte donne, impegnati nelle scuole sul tema della legalità; l'orgoglio dei giovani specializzati che sono il punto di forza di tante nostre aziende ad alta tecnologia; la passione e l'impegno che si esprimono nei giovani impegnati nel volontariato. E penso all'entusiasmo ed alla qualità delle ragazze e dei ragazzi ai quali, lo scorso mese di marzo, la Camera di commercio ha conferito i riconoscimenti “Francesco Viviani”. Certo, sono queste le energie giovanili che hanno potuto prendere le strade migliori, e tante sono purtroppo quelle che ancora si dibattono in una ricerca vana. Ma ho fiducia nell'insieme delle nuove generazioni. A loro, la società e chi ha responsabilità pubbliche debbono dare delle occasioni, e in primo luogo debbono garantire l'opportunità».

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