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Ferrara, anziana rapinata e sequestrata in casa

di Daniele Predieri
Ferrara, anziana rapinata e sequestrata in casa

Notte da incubo a Serravalle, comune di Berra. La vittima, Nadia Zaghi di 73 anni: l’assalto in piena notte mentre dormiva Tre ore con i banditi. Lei sotto choc: mi hanno rubato oro, soldi e il cervello

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SERRAVALLE. Sul portone blindato della casa ci sono i segni dei piedi di porco usati per spaccare tutto ed entrare: il vetro rotto, gli stipiti piegati, ora riaggiustati. Ma i segni che ha dentro di sè non si vedono, Nadia Zaghi non li fa vedere, te li fa capire, con le sue parole: «E’ passata? No, non è passata la paura». Perchè non dorme da due notti, e appena viene buio non riesce a farlo. Perchè ha paura che gli uomini in nero, perchè mascherati («con quei cosi che si mettono sotto i caschi da moto»), tornino nella sua casa, a Serravalle di Berra: «Anche se non c’è più niente da rubare, mi hanno rubato tutto: oro, soldi, preziosi, gli oggetti più cari che avevamo in cassaforte. E qualcosa di più, la mia vita, il mio cervello».

Con la torcia in bocca. Ha paura e continua ad averla questa signora di 73 anni che racconta la notte da incubo vissuta tra lunedì e martedì, quando con freddezza ha fronteggiato l’assalto armato di 4 persone in casa ed almeno altre due se non di più fuori ad aspettarle: «Era tutto buio quando sono arrivati in camera da letto, con la torcia in bocca, armati di qualcosa che non ho potuto vedere ma che impugnavano. Subito mi hanno detto “stacca l’allarme, stacca l’allarme” e mi ripetevano solo due parole, “ Oro e soldi”, in un italiano stentato, mentre parlavano tra loro in una lingua strana, chissà forse slavo».

Mi hanno rubato la vita. La signora Zaghi è rimasta sequestrata in casa sua per oltre due ore, dalle1.45 fino oltre le 4, quando ha riattivato l’allarme, ed è arrivato il figlio: «Non mi hanno fatto niente è vero, non mi hanno mai toccata, e posso dire di essere fortunata, ma mi hanno rubato un pezzo di vita, mi hanno rubato soprattutto il cervello, tanto che sono ancora sotto choc, mai in vita mia mi sarei immaginata di subire una cosa del genere, mai». E’ talmente sotto choc da aver paura persino di farsi fotografare, mentre il figlio Giacomo Grandi, titolare dell’omonima agenzia di pompe funebri, ci accompagna nella casa dell’assalto, spiegandoci cosa è sucesso a sua madre. Che vive in casa da sola, mentre lui pur avendo l’attività e gli uffici nello stesso edificio e in un altro attiguo, abita in paese a Serravalle, poco distante.

Prima il sopralluogo. Ma prima di raccontare l’assalto, occorre fare un passo indietro di un giorno, nella notte tra domenica e lunedì, quando l’allarme della casa in via Canalbianco 38, a due passi dal paese di Serravalle, è scattato ben 7 volte. «Sicuramente cercavano di studiare l’allarme, ho pensato subito potesse esser stato un gatto e un animale a far scattare i sensori, ma dopo una, due e sette volte ho capito che qualcosa non andava. Ho capito che avevano tentato di aprire questa porta - Giacomo Grandi indica quella dell’ufficio - poi le altre, la cantina, del vano caldaia, e il portone di ingresso blindato». I sensori hanno fatto scattare ogni volta l’allarme che è collegato al suo telefonino e così Giacomo Grandi ha avuto il tempo, quella notte, di arrivare a casa, e probabilmente far scappare la banda che stava compiendo il sopralluogo: «Sicuramente erano in pochi, almeno due, sicuramente arrivati a piedi, perchè non ho visto auto nella zona».

Un “lavoro” pulito. Il classico sopralluogo dei rapinatori specializzati in assalti in casa, ladri abituali e senza scrupoli (professionisti, certo, ma del terrore) che prima di un assalto studiano dove e come colpire, per fare un lavoro pulito, come è stato realmente questo di Serravalle, per fortuna senza conseguenze fisiche, ma psicologiche devastanti. La notte dopo la banda entra in azione. Attorno all’1.45 di martedì, Nadia Zaghi sente rumori, la porta della caldaia che sbatte, le persiane. «Pensavo fosse stato il vento, stavo per alzarmi da letto per andare giù (la camera è al primo piano, ndr), quando all’improvviso ho visto una sagoma nera che aveva una torcia in bocca che mi puntava. Ho gridato “Giacomo, Giacomo” pensando fosse mio figlio, visto il lavoro che fa (onoranze funebri, anche di notte, ndr), invece erano in due, chiedevano soldi e oro. Ho detto che cassaforte e chiave erano al piano terra, e sono andata giù».

La chiave della cassaforte. I ladri non riescono ad aprire la cassaforte, si innervosiscono mentre la donna viene controllata da uno dei 4, sulle scale per due ore. Poi lei, con freddezza, apre la cassaforte, i ladri si calmano: prendono oro e soldi, scappano, lasciando vicino alla strada il cellulare dell’ anziana. Prima di fuggire rubano dentro il freezer, rovistano negli armadi e urinano sopra i vestiti. Quindi l’allarme al figlio, ai carabinieri e lei che risponde: «Se sono stata brava a dare la chiave e aprire la cassaforte? Non vale la pena esser uccisi per questo. E’ finita adesso, ma non è passata, quando viene buio...»

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