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Ferrara, espulso per terrorismo «Perché su quei siti? Era l’altra campana»

Ferrara, espulso per terrorismo «Perché su quei siti? Era l’altra campana»

Così l’albanese di Vigarano Mainarda giustifica le sue ricerche “oltranziste” sul web. Ma per il ministero era radicalizzato e pericoloso. Ecco cosa dice il decreto

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FERRARA. Sajmir Hidri non potrà rientrare in Italia almeno per 15 anni, «in considerazione del particolare suo profilo di pericolosità sociale», scrive il ministero dell’Interno. «Sajmir un musulmano radicalizzato? Non corrisponde per nulla all’immagine che ho di lui», ribatte stupefatto un professionista che lo conosce da una decina d’anni. Chi è l’imprenditore edile albanese di 34 anni, residente a Vigarano, titolare della “Alba Costruzioni 1999” e residente in una villa attorno alla quale sta(va) costruendo il “Borgo delle Magnolie”? Per il ministero, se non un diavolo, un musulmano che aveva iniziato a seguire le orme dell’oltranzismo religioso ed era fortemente attratto dalle sirene della guerra santa.

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Ma per il sindaco di Vigarano e per l’avvocato di Hidri (che lo conosce da molti anni), per uno dei collaboratori dell’azienda e per l’imam della moschea di via Traversagno era «una persona rispettata e seria». Il documento che ha decretato la sua espulsione, notificato dalla Digos, divisione della Polizia di Stato, lo bolla come «pericoloso per la sicurezza» del Paese. In un’altra parte del decreto si entra più nel dettaglio spiegando i motivi per cui l’imprenditore è considerato una minaccia. Sajmir, nato a Kruje (Albania), in Italia dal 2002, precisa il decreto, «nel settembre del 2014 ha mutato drasticamente il suo stile di vita, iniziando a rispettare rigorosamente i precetti coranici».

La barba se l’è fatta crescere da un annetto, spiega un suo conoscente, «in occasione di un viaggio alla Mecca». Poi non l’ha più tagliata. Secondo il ministero ha avuto rapporti «con soggetti noti per avere assunto posizioni religiose radicali in favore del jihad, alcuni dei quali già espulsi dall’Italia per motivi di sicurezza dello Stato» e «ha avviato una scalata ai vertici del Centro di cultura islamica di Ferrara (via Traversagno, ndr), assumendone la presidenza (circostanza smentita però dal presidente, Osama Murshed, e dall’imam, Mohammed Ibrahim), una deriva che avrebbe fatto emergere segnali di «“fanatismo”». Al suo avvocato, Alberto Bova, ha spiegato che sui siti web «cercava di sentire un’altra campana». Curiosità intellettuale. Ma per il ministero è un altro indice del percorso di radicalizzazione che lo ha portato «alla continua e frenetica consultazione on line ai fini della successiva condivisione di contenuti riferibili all’autoproclamato Stato Islamico ed a manifestare insofferenza nei confronti di tutto ciò che contraddistingue il mondo e la cultura occidentale» non essendo fra l’altro «inserito nel contesto sociale di riferimento». Circostanza - quest’ultima - che stride con le opinioni raccolte in sedi istituzionali e nell’ambito professionale che lo indicano come un imprenditore stimato e apprezzato. Non è la prima volta che il giudizio espresso dal Ministero dell’Interno nell’atto d’espulsione si scontra con opinioni discordanti emerse da amici, collaboratori e conoscenti del destinatario del decreto.

È anche vero però che l’espulsione è un atto precauzionale e di prevenzione in un campo, come quello della sicurezza pubblica e della lotta al terrorismo, che oggi si presenta in una forma nuova e in buona parte sconosciuta, come hanno dimostrato i recenti fallimenti di interi apparati di polizia in Europa, finiti nel mirino per non aver attentamente valutato segnali e indizi a carico di (futuri) organizzatori e autori di attentati e stragi. Oggi a complicare il quadro c’è la partecipazione dell’Italia al conflitto in Libia. L’avvocato di Hidri, Alberto Bova, lo ha conosciuto «molti anni fa: un gran lavoratore e un bravo muratore». Lo scorso aprile, racconta il legale, «era stato attenzionato dalla procura di Bologna perché aveva navigato in internet collegandosi con siti legati al fanatismo islamico. Casa sua è stata perquisita, gli hanno sequestrato solo il computer».

Seguendo (anche) quelle tracce informatiche gli inquirenti avrebbero individuato quello che può essere considerato l’abbozzo di un percorso di radicalizzazione. Ma Bova si mostra perplesso di fronte all’intento attribuito a Hidri dal ministero, cioè «favorire la diffusione di una pratica religiosa più rigorosa: «Farsi crescere la barba e osservare pedissequamente i dettami del Corano - chiede - sono da intendere oggi come segnali di fanatismo religioso?». Dubbi sufficienti per presentare ricorso al Tar, per il quale c’è tempo 60 giorni dalla notifica. Bova dà anche un giudizio complessivo sul provvedimento. «Come fa uno a difendersi da contestazioni tanto generiche?», commenta il legale.

Che con Hidri, tradotto in Albania, ha avuto occasione di parlare: «Sajmir mi ha chiesto di impugnare il provvedimento. Ha dovuto lasciare qui i parenti e la sua ditta, che ha dei dipendenti. Se l’atto sarà confermato non porterà a termine i lavori che ha assunto e diventerà inadempiente. Se ha fatto qualcosa di illegale tutto questo è giusto, ma se si tratta solo di sospetti e non risulteranno fondati è un danno gravissimo». (gi.ca.)

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