Ferrara, casa devastata dai ladri
L’amarezza del fisioterapista sportivo Andrea Botti: «Ci hanno portato via tanti ricordi, un pezzo di storia della nostra famiglia»
FERRARA. La rabbia per l’intimità violata, la debolezza di non sentirsi più sicuri, il dolore per la perdita di ricordi insostituibili. Tutto questo ha accolto Andrea Botti, noto fisioterapista di diverse società sportive ed esponente dell’associazione Famiglie Numerose, quando lunedì pomeriggio è tornato a casa dopo due giorni trascorsi da amici e ha scoperto che i ladri erano stati a casa sua e avevano portato via un pezzo della sua vita.
«Eravamo andati a trascorre il ponte di Ferragosto da una coppia di amici che ha adottato due bambini che io e mia moglie avevamo avuto in affido: un momento di condivisione importante, due giorni in famiglia», racconta Bottoni che ha anche scritto un lungo sfogo su facebook.
«Il tempo di parcheggiare e ci siamo accorti che la porta finestra di casa era aperta. Ci siamo guardati in faccia e siamo scesi dall’auto, sperando che nostro figlio fosse tornato in anticipo dal mare». Ma quando hanno constatato che l’ingresso principale era ancora chiuso a doppia mandata, hanno capito che il loro timore era fondato: c’erano stati i ladri. Una certezza concretizzata nello scenario che li ha accolti appena varcata la soglia: tutto in disordine, i cassetti svuotati sul letto. La terza razzia subìta in tre anni ma questa volta il colpo è stato ancora più doloroso, perché se le prime due volte «siamo stati privati del necessario, ora siamo stati privati dei ricordi».
Quello commerciale, prosegue, è il valore più trascurabile: «ci hanno portano via tutto - continua Botti - quello che per te è storia, è ricordo della tua famiglia, di quella famiglia che per malattia e età si è sempre più assottigliata. Ti rimane il ricordo nel cuore, qualche foto e quei piccoli oggetti: una catenina, un anello, un ricordo del lavoro di anni. Ora anche di quello ti rimane solo il ricordo. Poi ti giri e vedi che anche la persona che ami ha il volto segnato da una lacrima perché il primo anello che le avevi regalato non c'è più, quegli orecchini che splendevano fra capelli il giorno del nostro matrimonio, sono anche loro un ricordo».
Sparito l’orologio di un zio molto amato e che ora non c’è più. Sparite le catenine delle comunioni dei figli; rubato il tablet che conteneva tre anni di storia familiare. «Non c’era molto da rubare, non avevamo nemmeno la cassaforte, ma quegli oggetti erano preziosi per noi». Poi l’invettiva ai ladri: «Parlo a voi che violate la vita privata di persone comuni, cosa vi spinge a tanto, la fame? La disperazione? Non credo, credo siate solo dei falliti, uomini inutili».
E non serve, conclude, «insistere tanto sulla privacy: non mi importa nulla se si sanno quattro dati che mi riguardano, se poi lo Stato non mi tutela nella cosa più preziosa che ho, che è la mia intima dignità. Avere la casa aperta dai ladri è una violenza privata inaudita che ti fa sentire vulnerabile nei confronti del mondo».
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