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Le esistenze sospese all’Hub in attesa che la vita ricominci

Le esistenze sospese all’Hub in attesa che la vita ricominci

«I ribelli in Libia mi avevano messo ai lavori forzati. Vorrei restare qui e fare l’elettricista» «Volevano uccidermi con un machete, ora sogno un impiego in un negozio di scarpe»

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«Con tutto quello che ho sopportato e sofferto prima di venire qui, adesso sto davvero bene!» Lo ha dichiarato senza esitazione alcuna, Roland, un rifugiato della Costa d'Avorio di 24 anni ospite dell’Hub di Pontelagoscuro quando gli abbiamo chiesto se fosse contento di essere in Italia e ora a Ferrara; e come lui anche Abdourahmane di 25 anni proveniente dalla Libia, e Zoumana, ivoriano fra i più “anziani“ (36 anni). E così tutti gli altri 43 giovani attualmente ospiti di questa Casa di prima accoglienza del Comune di Ferrara, che abbiamp incontrato ieri per conoscere le loro storie e i loro progetti per il futuro.

«Sono in Italia dalla fine di giugno - ha raccontato Roland - e qui dalla fine di luglio. Come tutti quelli che condividono con me questa struttura, sono arrivato su un barcone dopo lunghe e difficili traversie sbarcando a Palermo. Ho perso il papà a 3 anni e sono stato adottato da una donna del mio Paese che mi ha mantenuto fino a quando non è morta prematuramente. Allora frequentavo le scuole scientifiche ma non ho potuto terminarle perché lei non c'era più. Sono tornato al mio villaggio per avere una parte dell'eredità che mi spettava, ma un parente aveva già venduto tutto e per farmi capire che non dovevo pretendere più nulla mi ha anche picchiato. Così è iniziato il mio viaggio della speranza attraverso diversi paesi tra cui il Mali, l'Algeria, la Libia dove a Tripoli i ribelli mi hanno messo ai lavori forzati. Sono riuscito a scappare e a imbarcarmi, e ora sono qui dove spero di poter vivere finalmente tranquillo, magari lavorando come elettricista».

Le storie sono un po' tutte uguali perché anche Addourahmane è arrivato con un barcone in Italia da soli due mesi . «Mio padre che era senegalese, mi ha abbandonato in Libia prima che potessi terminare gli studi. Mi sono arrangiato facendo l'interprete dall'arabo al francese e all'inglese dal 2011 al 2015 e poi sono scappato a causa di problemi con le milizie locali che mi hanno anche sparato a un piede; ho ancora alcune schegge che devo farmi togliere al più presto perché mi fanno male. Ho avuto fino a oggi una vita molto dura e spero di poterla migliorare qui. Mi piace fare sport e in particolare la boxe e mi tengo in forma facendo esercizi nella mia camera».

La situazione della famiglia di Zoumana è molto complicata e lui rinuncia a spiegarcela. Dice solo che sono arrivati a volerlo uccidere a colpi di machete di cui ha ancora visibili i segni, così è scappato sette anni fa facendo un lungo viaggio vero l'ignoto. «Non sapevo neppure cosa ci fosse al di là del mare - dichiara - ma adesso che sono qui spero di restare e fare magari il parrucchiere per uomo o il commesso in un negozio di scarpe».

Responsabile dell’Hub è Annalisa Berti, ma ad accompagnarci in questa visita autorizzata è Letizia Fioravanti, la giovane insegnante di italiano che sta con i rifugiati 36 ore alla settimana, 9 per ciascun gruppo.

«Inizialmente avevo qualche problema ad affrontare questa situazione che per me era nuova- dichiara - poi ho capito come dovevo procedere e oggi devo ammettere che mi sta arricchendo notevolmente. Chi di loro proviene da Paesi dove si parla francese ha meno difficoltà ad apprendere l'italiano mentre per gli altri è un po' più complicato, e per chi è semianalfabeta è davvero difficile. Tutti però dimostrano una grande volontà di apprendere e spesso mi chiedono “i compiti a casa” che io non prevedevo ma che assegno volentieri. I loro progressi sono incredibili e in poco tempo riescono a parlare la nostra lingua. Nel momento del trasferimento a strutture definitive alcuni sono tornati per salutarmi dimostrando un livello di padronanza dell'italiano sorprendente»

Il procedimento dell'accoglienza prevede il loro arrivo da Bologna o all’Hub (aperto il 1º luglio 2015 e che può contenere al massimo 65 persone) o alla Casa di prima emergenza in via XX Settembre (che può accogliere 16 persone) o in un Hotel della città. Le loro giornate iniziano al mattino con la colazione, proseguono con le lezioni di italiano o a sbrigare pratiche in Questura , il pranzo, altre lezioni al pomeriggio e la cena, e si concludono alle 23 quando tassativamente devono rientrare.

«Ci sono regole chiare e precise -conclude Letizia - e tutti le rispettano perché sanno che altrimenti vengono subito allontanati, ma fino a oggi non abbiamo mai avuto problemi. Dopo un breve periodo di presenza vengono però trasferiti in una sede definitiva».

Margherita Goberti

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