Gli scout sulla via tracciata da don Minzoni
Argenta, oggi cerimonia in duomo per ricordare il sacerdote. Mancini: aveva visto giusto
ARGENTA. Oggi ricorre il 93º anniversario della morte di don Giovanni Minzoni. Alle ore 18, in duomo, il vescovo di Ravenna-Cervia monsignor Lorenzo Ghizzoni affiancato dal parroco don Alvaro Marabini, celebrata la santa messa e al termine, il sindaco Antonio Fiorentini deporrà una corona al monumento dell’allora parroco di Argenta. Quel prete che ha legato la sua storia anche con gli scout e a tal proposito, Davide Mancini, capo scout argentano, racconta l'ultima esperienza vissuta assieme a un nutrito gruppi di giovani.
«È accaduto ancora e a me succede tutte le estati ormai da 43 anni - racconta -: una radura nel bosco e una più che essenziale casa in montagna immersa nella natura. Sono diventate il luogo dove un centinaio di bambini e ragazzi hanno vissuto un'esperienza che rimarrà indelebile nella loro vita. Un'esperienza di felicità, di gioia, di divertimento e... miracolo, senza alcun dispositivo digitale o tecnologico a disposizione, per dieci giorni».
Giornate pienissime, pensate, «organizzate, preparate, "create" dai loro capi scout per vivere esperienze di condivisione, di crescita personale, di formazione, di acquisizione di autonomia, autostima e soprattutto di vita comunitaria vera, reale, a stretto contatto 24 ore su 24, non solo nel gioco e nella discussione, ma nel dormire, nel lavarsi, nel farsi da mangiare, nell'orientarsi, nel camminare e fare fatica insieme, nel trovare soluzione ai tanti piccoli problemi di convivenza/sopravvivenza».
Non a caso «Baden Powell, il fondatore dello scoutismo - precisa Mancini -, diceva che vivere bene un campo estivo è come fare tutti gli incontri di un intero anno scout e il nostro amato don Giovanni Minzoni aveva visto giusto nel volere a tutti i costi, anche a costo della sua stessa vita, il gruppo scout nella sua Argenta, proprio per arginare l'imperante ideologia fascista. Ed anche a sentire le verifiche degli stessi ragazzi, che tradizionalmente facciamo a fine campo, "correre il rischio" di vivere quest'avventura ne vale ancora la pena, ed io dopo tanti anni di queste esperienze, mi sento di aggiungere: oggi più che mai».
Giorgio Carnaroli
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