Strage di nonni e di nipotini
Il fondo del direttore della Nuova Ferrara
Amatrice e più ancora Accumoli che conta sedici paesi e neppure settecento residenti, l'Arquata arroccata sul contrafforte marchigiano della Salaria dove si svolta per i prati di Castelluccio, come la sua Pescara del Tronto sbriciolata dalle scosse: tutti e cento i borghi spopolati su cui si è abbattuto il terremoto, d'estate si riempiono di gente. Non i turisti del nord Europa che sciamano sulle piane dell'Umbria e per le dolci colline marchigiane. In montagna, "al paese", ogni estate con le ferie tornano le famiglie dell'emigrazione a Roma, quella degli anni Cinquanta e Sessanta, e della corsa verso il mare. Si riaprono le case, si rivedono gli anziani, accompagnati da figli e nipoti. Ma se i figli, passato ferragosto, tornano rapidamente alle occupazioni cittadine, gli anziani no, restano finché è possibile. E con loro rimangono molti nipoti, due settimane ancora prima dell'inizio delle scuole. Erano rimasti. Il terremoto ne ha scovati a decine in case che da mezzo secolo non avevano più visto fiocchi alle porte, né rosa né azzurri.
Una strage di nipoti, assieme ai loro nonni. Pescara è (era) il paese delle sorgenti, il punto di partenza dell’acquedotto che serve l’intera vallata del Tronto fino a San Benedetto, un bacino di 150mila abitanti. Le alture di Amatrice, di Accumoli e degli avamposti di Arquata sull’altra sponda sono “La Laga” che accoppiata al Gran Sasso è parco nazionale e da sola una terra ricchissima d’acqua buona. Ogni fontana una vena dal sapore particolare, sempre ottimo. Se c’è una sofferenza che quella terra non ha mai patito, è la sete. Per questo sussulto nel leggere gli appelli ad ammassare acqua che si sono moltiplicati in giornata a Ferrara. Se l’acquedotto ha retto, come pare, le bottigliette non servono (sarebbe comunque più efficace far viaggiare soldi, non camion), mentre in caso contrario non potrebbero mai bastare a dissetare 150mila persone. Ferrara è mobilitata. La comunità non dimentica ciò che ha patito nel maggio di quattro anni fa e gli aiuti ricevuti ed è pronta a ricambiare, a donare. Anche il sangue. L’Avis (lo leggete in questa pagina) testimonia di una risposta pronta e più larga delle attuali necessità, ma con il senno di chi è abituato a gestire le emergenze chiede una programmazione sul medio periodo. Perché la solidarietà e l’assistenza funzionano quanto più sono organizzate. Le corse d’impeto, disordinate, bruciano energie e aumentano la confusione. Ad arte, a volte.
Non ci giro intorno: trovo imbarazzante l’appello del Movimento Cinque Stelle al prefetto di Ferrara perché trovi appartamenti ed alloggi da destinare agli sfollati del terremoto. Il conto è presto fatto: gli sfollati non sono più di quattromila (compresi nonni e nipoti che si sono salvati e se ne stanno tornando in città) e possono essere tutti agevolmente ospitati in zona. L’Aquila che è a 50 chilometri ha aperto le porte dei moduli abitativi costruiti per il post sisma del 2009, sulla costa a cavallo tra Abruzzo e Marche ci sono migliaia di alberghi e strutture turistiche con disponibilità alta per una stagione balneare ormai agli sgoccioli, verso Roma spazi non mancano. Perché allora i grillini prospettano una deportazione fino a Ferrara, di cui - è bene ricordarlo - non ci fu bisogno neppure per il terremoto aquilano che fece sessantamila sfollati? Fosse solo sciatteria sarebbe inaccettabile. Ma temo sia peggio. Con il prefetto che nei giorni scorsi cercava alloggi privati per i profughi, il “prima i terremotati” che i Cinquestelle ora urlano suona falso pretestuoso. Capiamoci: ritengo che opporsi all’arrivo dei profughi sia un’opzione legittima, ci mancherebbe. Ma farsi scudo di chi ha perso tutto, no. In nessun caso.
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