Il destino terribile di nonni e nipoti nell'estate maledetta
Nelle altre stagioni il sisma avrebbe divorato case vuote. Ma ora è il tempo del ritorno per gli emigranti e i bambini
Maledetta estate. Che se il terremoto avesse picchiato nel lungo inverno nevoso, nell’autunno che fa maturare le castagne e dà un’ultima generosa buttata di porcini, o nella primavera che quest’anno è sbocciata che era già giugno, anche di notte, avrebbe divorato case chiuse, schiacciato mura, solai e tetti sopra letti vuoti. Ma è estate, il tempo del ritorno per gli emigranti.
Peggio, è fine agosto, quando arrivano anche gli ultimi bambini, quelli che hanno trascorso le vacanze al mare con mamma e papà. Le storie degli uomini nel ciclo della natura, in questa terra di confine tra regioni e placche tettoniche che divergono e spaccano, dove anche lo spartiacque combacia con la lunga, spessa linea rossa dei terremoti appenninici, che nelle ultime ore ha un migliaio di puntini in più.
Di qua il Tronto che lambisce Accumoli e Pescara e si arrovella nelle gole sotto Arquata prima di trovare una via comoda per l’Adriatico; mentre di là, oltre Amatrice, le acque scivolano verso ovest, per mille rivoli al Nera e con esso nel Tevere. Prese la strada tirrenica, l’emigrazione che ha spopolato i borghi travolti dal terremoto. Negli anni Cinquanta e Sessanta ripercorse la rotta conosciuta dei mietitori stagionali in Agro Romano, che già nell’Ottocento partivano da questo peduncolo di Lazio che era Abruzzo, prima che Mussolini ritagliasse un circondario degno del suo nuovo status di capoluogo a Rieti. A Roma per cercar fortuna, a fare muratori e portinai, uomini di fatica che la fatica sanno domarla da secoli, come i carbonai di Poggio d’Api di Accumoli, uno degli ultimi paesi d’Italia ad essere raggiunto da una strada: cinquanta anni fa si saliva su solo per sentieri. Nella Capitale come garzoni e lavoranti delle osterie, con il sogno di aprire prima o poi un ristorante con cui sistemare tutta la famiglia servendo i piatti di casa, l’onnipresente amatriciana e la gricia che i paesani di Gri(s)ciano di Accumuli rivendicano come propria, la S espulsa dalla pressione dura del dialetto, scivolata via nell’unto del guanciale.
Muratori, falegnami, ristoratori, emancipate donne delle pulizie: una schiera di nuovi romani cresciuta ad ondate primaverili, che presto ha superato il numero di chi restava, che puntuale ogni estate si ritrova nei paesini lungo la Salaria. Non da subito, perché i primi anni mancavano soldi e animo per rivedere casa, ma alla minima conquistata stabilità, sì. E ogni volta una festa, vera, in piazza. Ci sono paesi che la raccontano come la sagra del fungo o del maiale, altri che non si fanno scrupolo di dire che è la festa del ritorno e degli emigranti, con lotterie e fuochi d’artificio.
Ogni anno, in estate, chi può torna. Saletta di Amatrice aveva dodici residenti, il terremoto vi ha fatto strage di almeno ventidue persone.
Tornano in tanti nelle casupole addossate l’una alle altre, le sane appoggiate su quelle cariate, nell’abitazione di famiglia che non è mai stata ristrutturata perché, che vuoi mai, è solo per qualche giorno l’anno e ci si arrangia tanto più che i vantaggi fiscali non coprono i lavori sulle seconde case. C’è una sproporzione tremenda tra il numero di persone che le scosse hanno travolto e i morti. Il grande sisma gemello dell’Aquila, stessa forza e stessa ora di notte, fece ottantamila sfollati e 309 morti, questo si è preso forse altrettante vite, in paesi in cui non c’erano che sei o settemila persone. Come una guerra, quasi una decimazione.
Chi può torna, in estate, a godersi l’aria fresca della Laga e dei Sibillini. I nuovi romani, ora che sono pensionati, si fermano ben più a lungo delle due settimane di ferie a cui il lavoro li limitava. E dopo Ferragosto, quando i figli devono rientrare, sono ben felici di badare ai nipoti finché non torneranno a scuola.
L’età delle vittime riconosciute è da brividi: una strage di nonni e nipoti, morti insieme sotto le macerie di case in cui gli anziani erano nati e i piccoli no.
Anche Samuele e Leone, 4 e 6 anni, erano in casa dei nonni paterni a Pescara del Tronto; i genitori a Fregene, legati da una telefonata quotidiana. Quando il mondo è venuto giù, nonna Vitaliana li ha portati sotto al lettone, giocando a nascondino con le scosse. E li ha salvati. Almeno loro.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
