Terremoto, Ferrara riscopre la sua fragilità. «Così possiamo difenderci»
Parla l’ingegner Galvan (Unife): siamo rimasti troppo vulnerabili, serve un piano di interventi o incentivi trentennale
FERRARA. Quali effetti avrebbe su case, palazzi e monumenti ferraresi una scossa tellurica di 6.0, cioè di potenza pari a quella che ha raso al suolo mercoledì scorso Accumoli, Amatrice e altri paesi dell’Italia centrale? La domanda se la sono posta in tanti in questi giorni, come dopo il terremoto del 2012, quando l’epicentro era localizzato al confine tra Modena e Ferrara. L’ingegner Giuseppe Galvan, dirigente dell’area tecnica dell’università di Ferrara, ex dirigente del servizio manutenzione fabbricati della Provincia, è convinto che «gran parte del nostro patrimonio monumentale e abitativo sia a rischio con una scossa di quella magnitudo se avvenisse nel sottosuolo di Ferrara, in particolare quello che è stato costruito prima del 2003». Quell’anno rappresenta una sorta di spartiacque perché Ferrara fu classificata dal ministero zona 3, cioè «a sismicità bassa», e la nuova posizione di rischio (prima la provincia non era considerata zona sismica) modificò le regole di riferimento per la costruzione degli edifici pubblici e privati. In regione, stando ai dati raccolti dal quotidiano la Repubblica, almeno 500 immobili pubblici necessitano di un intervento strutturale per diventare meno vulnerabili in caso di terremoto.
Quanti di questi si trovano a Ferrara o in provincia?
«Oggi viene richiesto, per migliorare la sicurezza antisismica di un edificio esistente, un livello pari ad almeno il 60% rispetto all’obiettivo indicato per un edificio nuovo, e credo che la maggior parte degli immobili locali, a partire da quelli più antichi, sia ancora lontana da quel limite».
Insomma un bel pezzo della città sarebbe a rischio di crollo o danni gravi.
«Io lavoro per l'Università che ha servizi, aule e uffici in molti palazzi storici. Quasi tutti quindi vulnerabili in caso di scossa forte. La normativa antisismica che ha fissato i criteri di costruzione più rigorosi è entrata in vigore nel 2008. Molti dei palazzi ed edifici presenti nella nostra provincia sono molto più vecchi, alcuni di secoli. Un terremoto come quello del maggio 2012 o quello di mercoledì scorso potrebbe causare danni molto rilevanti. Parlando di Unife, solo per rimettere in sesto il comparto Savonarola, dove aveva anche sede il rettorato, servono 26 milioni di euro. Negli anni scorsi ne sono arrivati 10, aspettiamo il resto e – speriamo nel 2017 – potremo iniziare a mettere mano a interventi così massicci. In lista c’è anche la Casa dello Studente».
Quali benefici si potrebbero ottenere adeguando tutto il patrimonio esistente a un livello minimo di sicurezza antisismica del 60%?
«Gli effetti di una scossa di terremoto vanno dal collasso dell’edificio al semplice danno, passando per il crollo parziale. Ecco, si potrebbero ridurre di molto i crolli».
Molti si sono chiesti se l’ospedale di Cona (dove è presente l’Università) può resistere ad una scossa 6.0 visto che è stato costruito per una parte prima del 2003 mentre l’altra ha preso forma prima del 2008.
«Un ospedale deve garantire, se costruito oggi, un grado di resistenza altissimo, di specie 4. Nel 2012 danni non ne ha subiti, ma devo dire che buona parte dei centri storici del cratere emiliano hanno retto senza che si verificassero crolli totali e generalizzati. Le strutture più fragili si sono rivelate i capannoni, realizzati per resistere alla sola spinta verticale».
C’è una soluzione?
«Un piano trentennale di investimenti finanziato dallo Stato. La prevenzione non si fa dall’oggi al domani. Viviamo in una zona sismica 3, il che significa che l’accelerazione del suolo, in caso di scossa, dovrebbe essere un terzo rispetto a quella raggiungibile nella regione del centro Italia appena colpita. In molti edifici sarebbe sufficiente inserire cordoli o catene e alleggerire i tetti per evitare gli esiti più drammatici».
Intanto un gruppo di colleghi di Galvan ha dato la sua disponibilità per partecipare all’attività delle squadre che eseguiranno i rilievi sulla stabilità e agibilità degli edifici nella zona colpita dal terremoto, tra Lazio e Marche. Il presidente dell’Ordine provinciale degli ingegneri, Franco Mantero, ha annunciato ieri che, a seguito di un accordo tra il Consiglio nazionale e la Protezione civile, «abbiamo segnalato i nomi di una quindicina di iscritti, con particolari requisiti, per partecipare a quelle verifiche, anche sulla scorta dell’esperienza maturata dopo il sisma del 2012».
Gioele Caccia
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