Ferrara, l'omicidio Tosi. Parla Raffaela: «Non c’è stata alcuna lite»
Ascoltata in ospedale dagli inquirenti la sopravvissuta del delitto di Fossanova, traballa la versione difensiva dell’omicida
FERRARA. C’è voluto un mese prima che Raffaela Pareschi fosse in grado di parlare con gli inquirenti e di riferire la sua testimonianza sulla tragedia del 24 luglio, quando suo marito Roberto Tosi Savonuzzi venne ucciso a colpi di pistola da Simone Bertocchi, e lei stessa venne ferita così gravemente da rimanere diversi giorni tra la vita e la morte.
È stato lungo, il suo recupero. Ma non appena ha potuto essere ascoltata dai carabinieri, giovedì scorso all’ospedale di Cona, ha subito fornito elementi importanti per l’inchiesta, perché la sua ricostruzione smentisce quella di Bertocchi almeno su un punto fondamentale: quel giorno non ci fu nessuna lite. Lei, che si trovava in casa, ha capito che qualcosa non andava solo sentendo il rumore dello sparo. E quando si è precipitata fuori per accorrere in aiuto del marito, Bertocchi ha sparato anche a lei.
Una ricostruzione che smonta la versione difensiva del reo confesso basata sulla lite sorta sui lavori di manutenzione da eseguire e poi degenerata, sugli spari esplosi d’impeto, dettati dalla paura che Tosi potesse andare in garage a prendere un’arma e rivolgerla contro Bertocchi. Le parole di Raffaela raccontano un’altra storia, e sembrano rafforzare l’ipotesi dell’agguato compiuto a freddo, capitolo estremo di una vicenda di rancori accumulati nel tempo e culminati nel dramma di Fossanova San Marco.
Un’antipatia di vecchia data, tra vittima e omicida, alimentata non solo dalla gestione della casa di proprietà della fidanzata di Bertocchi (e nella quale Roberto e Raffaela vivevano in affitto), ma anche dal sospetto avanzato da Tosi che Bertocchi si appropriasse della pensione di Vittorino Chiccoli, suo vicino di casa nonché zio della fidanzata di Bertocchi. Il giorno prima di morire la vittima stava preparando un esposto-segnalazione da inoltrare alla procura o ai servizi sociali, e il giorno della sua morte aveva appuntamento con un amico, esponente delle forze dell’ordine, per preparare il documento.
Non ne ha avuto il tempo perché la mattina stessa Bertocchi raggiunse in bicicletta, insieme a un amico (ora indagato a piede libero per omicidio in concorso) la casa di Fossanova, uccise Roberto, ridusse in fin di vita Raffaela e scappò, per costituirsi 48 ore dopo. Uno scenario che, se dovesse essere confermato da ulteriori riscontri (a cominciare dai risultati dell’autopsia), aggraverebbe la posizione dell’arrestato e rafforzerebbe l’ipotesi della premeditazione, al momento non contestata dalla procura.
Raffaela ricorda poco di quei momenti drammatici, ma prima di svenire la sua coscienza aveva fatto in tempo a registrare che suo marito non ce l’avrebbe fatta, sentendo i soccorritori ripetere “Lo stiamo perdendo”. Al Maggiore di Bologna, al suo risveglio, ha avuto la conferma di essere rimasta sola. Le è stato assegnato un amministratore di sostegno, l’avvocato Davide Bertasi, incaricato di seguire le incombenze legali di cui la paziente non può occuparsi direttamente.
L’inchiesta, intanto, sta compiendo ulteriori passi. Domani a Parma saranno eseguiti dai carabinieri del Ris gli accertamenti irripetibili disposti dalla procura sul materiale recuperato nella casa del delitto, che potrebbe essere dissequestrata a fine mese.
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