Nei paesi del disastro La mano trema ancora
Da Pescara del Tronto ad Amatrice, dove anche le distanze sono riscritte L’abisso del riconoscimento delle vittime e i sorrisi dei volontari come terapia
La sequenza scorre veloce. Arquata con i suoi anziani che non mollano case che lacrimano crepe. Il nulla che resta di Pescara del Tronto. La sola piazzetta calpestabile di Accumoli. Pochi chilometri di Salaria e una rapida scia di tornanti per andare da un paese all’altro, finché provi ad andare a mettere i piedi sopra la bocca del drago: Amatrice. Il terremoto è sradicamento, è trovarsi sbattuti via con nulla più che un pigiama addosso. È un vagabondare obbligato e violento che atterrisce perché lascia con la sete ancestrale di un nido. E ora c’è da vagare anche per arrivare là dove ha fatto più male: impraticabili le vie di collegamento tra Accumoli e Amatrice, per uno spostamento che richiederebbe 15 chilometri e venti minuti ora serve una traiettoria di un’ora e mezza su e giù per boschi e montagne. Via il nido, via i luoghi cancellati, via anche il concetto di distanza: il paesello accanto è stato spinto più in là di un’ora. Come uno smottamento ulteriore della terra.
È tarda sera, le strade sono strette e scure salvo le luci dei soccorsi: carabinieri, vigili del fuoco, forestale, protezione civile. Le distanze si allungano ma lo sradicamento, almeno finché tutti si ricorderanno dei terremotati, non è solitudine. E poi un’ambulanza dietro l’altra e auto di cui vedi solo gli abbaglianti. Ognuna accende una speranza: a bordo ci sarà un ferito che si può salvare, sono arrivati i nostri e vedrai che ce la fanno. Uno sguardo al cielo e sì, forza, ci si può credere.
Un’ora e mezza dopo, al limitare della zona rossa di Amatrice dove la notte non esiste, resistono vigili del fuoco e 118 a lavorare e una manciata di sfollati e volontari a fine turno a sperare. Sperano in quella squadra di pompieri, in quel medico e in quei tre infermieri che camminano dall’hotel Roma in qua, passando attraverso corso Umberto. Era la strada principale, ora è un sottile cunicolo tra il cuore del disastro e il mondo dei vivi. Pompieri, medico e infermieri da puntini lontani sono via via più grandi, si avvicinano e nessuno, di qua, parla. Tutti capiscono in silenzio, un attimo prima che diventi nitido il contorno di quel lenzuolo sopra la barella. Una sfollata in ciabatte e coperta sulle spalle si fa il segno della croce. Siamo a 282, nella maleodorante contabilità dei morti che serve solo a darci un senso di controllo, a saper dire qualcosa. Nessuno ha le parole giuste e il numero è l’anestetico che dà un’effimera parvenza di ordine, di capacità di descrivere l’indicibile.
La vittima numero 282 viene adagiata su un’ambulanza e portata via. E allora tutte quelle ambulanze che prima scendevano i tornanti? Chi c’era a bordo? Vite da salvare o solo altri frammenti di indicibile? Il sangue si gela nelle vene. Il mezzo parte senza sirena. È silenzioso, non urla emergenza, è quella cosa che non si riesce a dire.
L’ambulanza passa davanti a una delle case tagliate in due come da un’accetta, in verticale. Squarciate, ma con brandelli di normalità lasciati al loro posto. I tavoli apparecchiati e i panni stesi sui balconi non sono pugni nello stomaco meno violenti di un edificio annullato: sono la scia di vite uccise o scaraventate a vagabondare, sono lo sberleffo del sisma che lascia qualche cosa come era prima.
Al campo della Croce Rossa, trecento metri più in là, i volontari hanno un sorriso per tutti. Una terapia d’urto davanti all’angoscia: sì, è vero, quella magnitudo 6.0 ha rovesciato addosso tonnellate di pietre, dolore e morte; ma se a 300 metri dalla terra di nessuno c’è questa energia tutti, prima o poi, potranno almeno provare a mettere una sopra l’altra le pietre delle proprie case, i sogni delle proprie vite, il calore dei propri nidi.
Chissà se ce la faranno tutti, anche quella signora che mangia la zuppa di fagioli tremando come una foglia. È vestita e ha una coperta addosso, le stanno dando da mangiare, attorno a lei ci sono quelli che sembrano essere i suoi cari. Per quanto possibile, è in un nuovo, piccolo nido. Il viso non fa trasparire emozioni particolari, solo stanchezza. Pare normale, pare solo convalescenza. Però quel cucchiaio in mano trema e fatica ad arrivare alla bocca. Non c’entrano i dieci gradi dei quasi mille metri di altitudine: il figlio le tiene una mano sulla spalla protettivo e dice che no, grazie, non ci serve un’altra coperta. Non è questione di freddo, è che la mamma ogni tanto si rimette a tremare di paura come quella notte. La faglia le si è aperta dentro e chissà quanto dureranno le scosse di assestamento. Chissà come muteranno le sue distanze: basterà sentire il calore dei suoi per fermare quel tremore? Basterà lasciar scorrere il tempo o la distanza da quella notte non sarà mai abbastanza? Il terremoto che ha spostato Amatrice a un’ora e mezza da Accumoli accetterà che questa donna possa allontanarsi dalle scosse?
Alle spalle della Croce Rossa, l’abisso del campo per il riconoscimento delle salme. Un piede fuori dalla zona rossa e due nell’inconsolabile. Il riconoscimento spesso è difficilissimo perché bisogna ricorrere a un’angosciante caccia al segno particolare che nessuna pietra possa aver cancellato. Hai perso un parente e ora devi ricordare se aveva un neo o una cicatrice. Prima di affidarti a uno psicologo, magari ti abbracciano, ma hanno bisogno di sapere cosa c’era scritto alla voce “segni particolari” sulla carta d’identità di un tuo caro che non c’è più: serve per ridargli il suo nome e portarlo via di lì.
Lì di fianco, una mezza dozzina di carri funebri aspetta in fila il proprio turno, attende che un morto in più abbia un nome e una destinazione per caricarlo, portarlo via e restituirgli almeno una dimensione di intimità. Tutti ordinati, uno dietro l’altro, a bordo le bare vuote ancora per poco. Hanno chiamato rinforzi da altre province, le onoranze funebri locali non bastano. Il sangue si gela di nuovo: ecco che cos’erano quelle auto di cui non si distingueva il profilo al di là degli abbaglianti, nella discesa buia tra i boschi verso Amatrice. Una processione nera di morte che ora vedi alla luce. Insostenibile allo sguardo.
Un uomo della Croce Rossa registra su un quaderno lo smistamento dei feretri in una burocrazia necessaria, un parente di una vittima telefona con addosso una tuta di due taglie in più, un operatore esce da una di quelle tende e si sfila la mascherina in cerca di aria nuova. Non c’è un’immagine che faccia prendere ossigeno. Le salme nelle tende climatizzate, i parenti seduti sotto a una pianta, la Croce Rossa a servire colazioni che nessuno lì può deglutire. Ma l’occhio corre sempre due passi più in là, su quei carri in fila uno dietro l’altro con gli autisti fermi ad aspettare il loro turno. Sarebbe il loro lavoro, ma non così.
Le squadre di psicologi volontari hanno i nomi stampati sulla schiena a dare un segno di familiarità, di vicinanza, a dire che c’è ancora qualcosa di cui ti puoi fidare nonostante perfino casa tua sia diventata una trappola. Come fai ad avere fiducia ancora in qualcosa se hai scoperto che una notte nel tuo nido può finire così? Se casa tua è venuta giù e quella di fianco no? Se tutto può tremare fino a crollare in un amen?
Cinquanta metri più in su, davanti alla chiesetta della casa di riposo padre Giovanni Minozzi, un madonnaro prima del disastro aveva ritratto uno strano Padre Pio. Rivolto non verso la chiesa né nella direzione di chi arriva alla porta della misericordia. Chissà perché, ma il frate, benedicente, è messo di traverso e guarda proprio in direzione della zona dove ora vengono raccolti i corpi delle vittime. Chi lo ha disegnato non poteva immaginare. Oggi nessuno ha il tempo per guardare quel disegno, dimenticato in cima a una piccola salita percorsa da carri funebri, soccorritori, militari. Ora pro nobis, per chi vuole intravedere qualcosa in più dell’umano.
Nella piazza di Accumoli, tra le macerie, resiste una bandiera italiana. Aggrapparsi alle istituzioni, se la terra ci ha tradito? Il sindaco spiega che qui investire in prevenzione antisismica nelle abitazioni private era praticamente impossibile perché i fondi disponibili erano limitati da paletti strettissimi per queste che, essendo seconde case o di anziani soli, erano relegate nelle retrovie delle graduatorie. Un tricolore inzuppato di burocrazia. E nulla di buono in quel tricolore anche davanti alle macerie di quella scuola di Amatrice che avevano garantito essere antisismica. È venuta giù per tre quarti. Sul muretto all’ingresso avevano scritto: “Scappa, corri, va’ a la scola” e invece, se i bambini ci fossero stati, avrebbero dovuto correre per salvarsi dalle loro aule. No, meglio aggrapparsi a qualcosa di diverso da quella bandiera.
Meglio quella che oggi è l’autostrada Adriatica: la lunga via della solidarietà e della forza di reazione delle decine di mezzi della protezione civile, dei vigili del fuoco, di tutti quelli che - non freddi ma ordinati e determinati - attraversano il Paese per dire a quella mamma che sì, ce la si può fare, che sanno essere così folli da immaginare di poter dare a tutti in poche ore almeno una tenda, una zuppa, un abbraccio. E ci riescono. Meglio le maniche alzate. Meglio una macchina dell’emergenza che, quassù, ha una magnitudo che non ha nulla da invidiare a quella che da laggiù ha scatenato l’inferno. Meglio il ragazzone che abbraccia la madre tremante, meglio perfino quel volontario soddisfatto perché “mamma da casa mi ha detto che il nostro Corpo lo riprendono spesso” perché sì, sarà figlio dei tempi dei selfie, ma intanto è qui.
Meglio quel cartello che continua imperterrito ad invitare alla cinquantesima Sagra degli Spaghetti all’Amatriciana: la annuncia per un 27 agosto che è stato spazzato via come questo e tanti altri giorni a venire, ma continua ad annunciarla. Come se sapesse che, prima o poi, si farà. Un senso diverso non si riesce a trovare.
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