Per Carife la vendita o un salvataggio-bis
Il presidente Nicastro sembra interessato a piazzare sul mercato le big In settimana le offerte: in alternativa il Fitd o la novità del Fondo Atlante
FERRARA. Pochi giorni per sapere se il futuro immediato di Nuova Carife è lo scioglimento dentro un gruppo bancario nazionale oppure sotto l’ombrello di un fondo “istituzionale”, il Fitd o l’Atlante. Entro questa settimana, è la notizia che filtra dagli ambienti vicini alla new bank, si attendono infatti le offerte vincolanti per i singoli istituti coinvolti nella risoluzione del 22 novembre 2015: si tratta, è bene sottolinearlo, dell’ennesimo spostamento in avanti della linea delle decisioni definitive, che fino allo scorso weekend era fissata al 31 agosto. È la conferma che Roberto Nicastro, presidente di Nuova Carife e delle altre tre banche, è ormai convertito alla flessibilità totale nella gestione di una procedura partita nella maniera più rigorosa possibile (date cadenzate per i vari passaggi, riserbo assoluto sui partecipanti, faldoni di regole di stampo anglosassone), e che dopo il fallimento della vendita in blocco ai fondi vede ormai saltare ogni paletto. Se è Nicastro a guidare lo spacchettamento delle offerte, si può forse seguire meglio lo sviluppo delle indiscrezioni che da mesi precedono ogni mossa di questa partita. Negli ultimi giorni si parla solo d’interessamenti per i due bocconi più grossi, cioè Etruria e Banca Marche, che sono stati accostati a Bper, Cariparma (gruppo Credit Agricole) e ora Bnl-Paribas, mentre per Carichieti si è tornati a mettere in rilievo l’interessamento di Popbari; per la banca ferrarese, invece, è uscito flebilmente il solo accostamento a Ubi, che peraltro ha smentito un interessamento in questa fase.
Lo schema emergente, dunque, vede i venditori impegnati a “piazzare” sul mercato anzitutto i due istituti più grossi, operazione che avrebbe come effetto collaterale la liberazione di risorse del sistema per un eventuale salvataggio-bis delle più piccole, più Carife che Chieti a questo punto. Questo perché erano emersi dubbi da parte dei colossi bancari italiani su ulteriori interventi da parte dello Schema volontario istituito presso il Fitd, dopo quello su Tercas: è chiaro che l’assunzione del controllo di una sola delle banche in risoluzione, la più piccola, potrebbe passare con maggiore facilità tra gli azionisti del fondo.
Ieri, peraltro, (30 agosto) è emerso un nuovo scenario che appare tutto da verificare nella sua fattibilità. Ad aprirlo è stato il viceministro dell’Economia, Enrico Zanetti, in un intervento sulle difficoltà di vendita delle quattro banche alla festa Pd di Pesaro: «Speriamo si crei un’offerta di mercato adeguata, ma qualora non fosse così ora ci sono più strumenti di quelli che c’erano al momento della risoluzione che come extrema ratio potrebbero intervenire. Un esempio? Lo stesso Fondo Atlante. Non può essere la panacea a tutto e lo consideriamo solo come ipotesi di ultimissima istanza». Zanetti ha poi garantito che da parte del governo «c’è la volontà di fare in modo che queste realtà bancarie possano avere le stesse possibilità di rilancio che hanno Veneto Banca o Banca popolare di Vicenza». Il Fondo Atlante, dunque, e non il Fitd? Si tratterebbe anche in questo caso di una soluzione non definitiva ma l’impiego del fondo d’investimento ideato da Quaestio sgr con Fondazione Cariplo, finanziato dalle principali Fondazione e gruppi bancari e dalla Cassa depositi e prestiti, nel caso di Carife sembra avere poco senso. Atlante è infatti nato per portare capitali freschi a banche in difficoltà patrimoniale ed a risolvere problemi di crediti in sofferenza.
«Il Fondo non eserciterà attività di direzione e coordinamento sulle banche in cui partecipa» è stato specificato fin dall’esordio. Questo significa che Carife dovrebbe tirare avanti con l’attuale governance e operatività, senza sinergie possibili con altri istituti (anche nel caso dovesse trovarsi sotto lo stesso ombrello di una possibile alleata come Caricesena) e nuove strategie industriali. Non solo, si dovrebbe necessariamente irrobustire la struttura dirigenziale, soprattutto se andrà in pensione a fine anno l’attuale vicedirettore Marco Braglia, unico dirigente di vertice rimasto. L’irrobustimento patrimoniale, in effetti, non sembra la priorità per la banca ferrarese, soprattutto con la cessione alla bad bank dei crediti provenienti da Commercio e Finanza, di recente fusa con la controllante.
Il nuovo proprietario, tra l’altro, dovrà affrontare la questione-organico, che al 31 dicembre scorso era sceso a 905 addetti, dai 1.227 di inizio commissariamento. Secondo le indicazioni dello stesso Nicastro nella relazione al bilancio 2015, restava «la necessità di addivenire con gradualità alla riduzione degli organici, nel rispetto delle esigenze tecnico-organizzative e della continuità aziendale», con le adesioni al Fondo di solidarietà.
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