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Carife, tanta classe media tra chi ha perso di più

Carife, tanta classe media tra chi ha perso di più

Manuzzi, Lenzi e qualche professionista i volti conosciuti dei top azzerati Compravendite di azioni fino a pochi giorni dalla risoluzione

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Gli azionisti di Carife sono rimasti nell’ombra in questi mesi di rivolte degli azzerati, in parte perché per loro non è mai emersa una possibilità di concreta di rientro almeno di una parte del loro capitale, e molto per il fatto di essere considerati negli ambienti governativi al di fuori della cerchia delle vittime del crac. Anche l’altra mattina Luigi Marattin, consulente economico di Palazzo Chigi, a La7 ha ribadito che «lo Stato non può certo rimborsare un investimento azionario andato male». Più che un investimento a carattere speculativo, come in effetti sono di solito quelli borsistici, il film del patrimonio di 28mila persone andato in briciole assomiglia più alla devastazione di tante micro-casseforti familiari, dove i capifamiglia o i professionisti ferraresi conservavano risparmi destinati poi ad essere trasmessi a figli o parenti stretti. Lo spaccato di questa realtà da sempre raccontata nelle riunioni degli azzerati, è nero su bianco nelle centinaia di pagine di transazioni azionarie allegate alle relazioni degli ex commissari Carife e degli amministratori di Nuova Carife al 31 dicembre, depositati nelle scorse settimane. Ci sono ad esempio i nomi dei 375 azionisti (la lista completa è conservata solo negli archivi di corso Giovecca) che decisero di farsi registrare nell’assemblea del 30 luglio 2015, per poter esprimere un voto sul semi-azzeramento del loro patrimonio. Perfino nella lista ristretta dei top-azionisti più attivi, i nominativi che balzano all’occhio sono una minoranza.

Oltre alla Fondazione Carife, che detiene 23.078.484 azioni, spicca la partecipazione della famiglia Manuzzi, attraverso la Finerma di Ennio e Mauro Manuzzi: si tratta di 1.754.965 azioni, che faceva dell’ex vicepresidente il principale azionista privato della banca. A valore di libro, cioè 5,16 euro, si tratta di 9 milioni di euro, ma è presumibile che il prezzo medio di acquisto sia superiore, visto che Manuzzi dichiarò ad esempio di aver partecipato all’aumento di capitale da 21 euro. L’ex presidente Sergio Lenzi non è neanche nella top-ten, con 10.640 azioni, e in alto nella classifica degli azzerati, tra gli ex amministratori a qualche titolo della banca, compare solo Enzo Zanardi, con 22.100 azioni.

Con livelli simili di partecipazioni azionarie ci sono alcuni professionisti cittadini, come l’avvocato Luigi Vezzani, il chirurgo Enzo Durante o Donata Sandri, vedova di Mimmo Baraldi. In mezzo a loro una miriade di micro-imprenditori e risparmiatori di medio livello, per lo più anonimi, che non hanno mai ricoperto incarichi nel mondo della banca: nemmeno loro sembrano prototipi di speculatori.

Questa conclusione è in sostanza confermata anche dall’analisi delle compra-vendite azionarie nel periodo del commissariamento, dal maggio 2013 al novembre 2015, anche se la quotazione ufficiale risultava sospesa già a settembre 2014 a seguito dell’avvicinamento della soluzione definitiva (così dissero allora i commissari) del salvataggio Carife. In realtà dalle centinaia di pagine di tabulati si apprende che le compravendite anche attraverso la banca sono continuate fino al 17 novembre 2015, cioè cinque giorni prima dell’azzeramento deciso per decreto, e c’è chi ha acquistato 650 azioni in quest’ultima finestra possibile. Nei due anni e mezzo precedenti, anche in questo caso, tante transazioni tra genitori e figli, o tra mariti e mogli, con scambi di pacchetti anche consistenti (fino a 80mila euro di controvalore ipotetico): valevano già poco o nulla su di un mercato “vero”, ma loro speravano ancora.

Non compaiono direttamente ex amministratori della banca, in questi ultimi fuochi a pochi euro ad azione, mentre della Fondazione c’è l’ex presidente Piero Puglioli che tra febbraio e settembre 2014 ha venduto pacchetti azionari per un complesso di circa 3mila titoli. Da segnalare qualche curiosità. La società Bonifiche Ferraresi, allora di proprietà di Bankitalia, ha venduto per sei volte qualche centinaia di azioni alla banca, tra il maggio e l’ottobre 2013. Nel novembre di quell’anno a comprare mille azioni della banca è stata... la Parrocchia di Santo Spirito, e perfino la Basilica Cattedrale si è messa in pancia, nel periodo commissariale, un mini-pacchetto da 100 azioni. C’è infine da annotare una serie di operazioni in capo a Adeodato Vandelli, un imprenditore modenese del gres porcellanato (Granito forte è l’azienda di cui è presidente), che a cavallo del 2014 prima vendette oltre 13mila azioni in due tranche, poi ne riacquistò oltre 8mila: la differenza di prezzo, in un mercato nel quale la quotazione era in caduta, consentì un guadagno di oltre 26mila euro.

Stefano Ciervo

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