Valanga di testimoni contro gli assassini
L’accusa prepara le carte: in aula i due giovani accusati di averlo ucciso con crudeltà, Patrik Ruszo e Constantin Fiti
Il più giovane, Patrik Ruszo, 19 anni, slovacco, è “reo confesso” e racconta di essere stato obbligato dal vecchio Ivan Pajdek- il capo già condannato a 30 anni di carcere -, a rapinare, aggredire, nascondere e uccidere Pier Luigi Tartari, il 9 settembre dello scorso anno e a farlo ritrovare solo dopo quasi tre settimane. Il terzo del gruppo di assassini, Constantin Fiti, 23 anni da compiere domani, continua a dirsi estraneo alla morte del pensionato di Aguscello, ammettendo “solo” di aver fatto shopping con i suoi soldi, il giorno dopo la scomparsa di Tartari, quando era già morto, agonizzando, dentro il tugurio di Fondo Reno dove i tre - per l’accusa - l’avevano abbandonato vivo.
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Sarà un processo senza sconti per tutti, quello che si apre la settimana prossima, 23 settembre. Anche per la madre di Patrik Ruszo, Ruzena Sivakova, che lavorava come badante nella casa attigua a quella di Tartari, mai coinvolta nell’inchiesta (è “solo” testimone d’accusa), seppur le carte inneschino ancora tanti, tanti dubbi. Senza sconti per questi due ragazzi di 19 e di 23 che si giocano la vita (la pena è da ergastolo) per aver spento - con crudeltà - quella di Pier Luigi Tartari. A inchiodarli ancor di più, se ve ne fosse bisogno, sono i testimoni chiamati dall’accusa al processo che si apre davanti alla Corte d’assise, due giudici togati (di professione) e 6 giudici popolari (privati cittadini) che dovranno ascoltare i dettagli dell’omicidio più brutale che si ricordi a Ferrara.
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L’accusa sarà rappresentata dal pm Ciro Alberto Savino, che ha depositato la lista testi, inserendone alcuni di cui, ovviamente, durante l’inchiesta non si è mai avuta conoscenza. Testimoni “esterni” che dovranno raccontare e aggiungere tanti elementi di prova. Due su tanti, tra i 43 dell’accusa. Un ragazzo che la sera dell’11 settembre (due giorni dopo la rapina e la scomparsa di Tartari), mentre si trovava in via Modena, incrociò sulla corsia opposta una Opel Corsa nera che viaggiava con una ruota a terra e il cerchione che faceva scintille sull’asfalto: era l’auto di Tartari, rubata, usata e poi abbandonata al cimitero di Mizzana, dove verrà ritrovata la mattina dopo la sera dell’avvistamento di via Modena. Ma la testimonianza più importante potrebbe essere quella legata all’accertamento della responsabilità di Fiti: il giovane romeno aveva una fidanzata e un figlio con lei, e un rapporto turbolento (per non dire altro, visto che sono in corso processi tra loro, contro Fiti).
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Questa ragazza è una delle testimoni chiave dell’accusa contro Fiti, poichè lui il giorno dopo l’assalto del 9 settembre le disse «ho fatto una brutta cosa» e tanto altro. Ma la testimonianza della ex fidanzata potrebbe essere frutto anche di una ripicca. E allora ecco l’accusa presentare la testimonianza di una educatrice della comunità di Cesena dove la fidanzata di Fiti era ospite. Una testimonianza “esterna” che confermerebbe ancor di più la partecipazione di Fiti all’assalto del 9 settembre ad Aguscello. Tutto contro Fiti: riscontri, prove, testimonianze e infine la perizia della procura, del medico legale Maria Rosa Gaudio che nelle sue pagine ha raccontato ciò che i tre accusati fecero a Tartari. Una ricostruzione precisa ed agghiacciante, solo a leggerla. Potete immaginare che impatto avrà quando la Gaudio la illustrerà, nei dettagli, ai giudici popolari, ai difensori, agli imputati e alle parti civili. Soprattutto ai familiari di Tartari, il fratello e la sorella, Marco e Rita, che da un anno sono stati catapultati dentro questa vicenda tra ricerche del fratello, l’inchiesta e i processi, ormai esausti: «Non ne possiamo più - dice Marco - la nostra via crucis continua: ma ci saremo, dobbiamo esserci, per mio fratello Pier Luigi».
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