In tribunale per le pratiche false ai cinesi
A Ferrara la “fabbrica” per regolarizzare clandestini: 40 imputati, tra cui tre imprenditrici, impiegata prefettura e un legale
Tutti sapevano che a Ferrara si poteva fare. Bastava pagare 7/8000 euro a testa per avere il pacchetto tutto compreso: documenti, assistenza pratiche, accoglimento della richiesta e casa in affitto per avere il ricongiungimento familiare e abitare, seppur temporaneamente o fittiziamente, in ben 12 case tra Ferrara e Migliarino. Tanti cittadini cinesi del Nord Italia sapevano, e sfruttavano appieno il servizio offerto da tre imprenditrici cinesi, conosciute in città perché gestiscono il ristorante cinese in via Garibaldi, il bar Novecento in viale Cavour e un altro ristorante cinese a Porto Garibaldi. Ma con le loro attività parallele, di agenzia pratiche veloci per connazionali, hanno messo nei guai anche una funzionaria della prefettura e una avvocatessa, le cui posizioni sono tutte da chiarire come sottolineano le difese, poichè - a loro dire - le accuse sono senza fondamento. Tutte sono imputate e domani si dovranno presentare davanti al gip Silvia Marini, perché la procura (pm Giuseppe Tittaferrante) ha chiesto il processo, anzi un maxi-processo, visti i numeri in gioco: 40 imputati e 39 capi di imputazione per ipotesi di reato che vanno dalla corruzione (la funzionaria della prefettura) al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, al falso materiale commesso da pubblico ufficiale, presentando documenti falsi per ottenere i permessi di soggiorno: un giro d’affari (illecito) conteggiato in oltre 150mila euro, nell’arco degli ultimi anni, dal 2011 in poi, sintetizzato nelle accuse che Polizia (squadra mobile e Ufficio immigrazione) e procura hanno depositato al giudice chiedendo il giudizio. Tra i 40 imputati vi sono cittadini e cittadine cinesi che pagavano per avere pratiche veloci e che hanno confessato in corso di indagine di aver versato soldi alle imprenditrici. Le tre cinesi, secondo l’accusa, gestivano il traffico delle pratiche veloci, come “mediatrici”, tra chi chiedeva ricongiungimenti e chi li approvava: sono Xia Lihong, detta Li, titolare del ristorante di via Garibaldi in città e di una agenzia pratiche (compare tra gli imputati con le maggiori accuse), Xiang Aimei, detta Ketty del ristorante di Porto Garibaldi e Xia Xinwei, detta Silvia, che gestisce il bar Novecento, famoso in città negli ultimi mesi e chiuso - temporaneamente - per motivi di ordine pubblico. Chi facilitava le pratiche - secondo l’accusa e queste sono le posizioni più delicate e da chiarire - sono la funzionaria della prefettura, Simona Granatiero e una avvocatessa, Silva Baldassarre. La funzionaria è accusata anche di corruzione per aver ottenuto soldi e facilità (l’accusa parla anche di un cellulare da 700 euro, vedi a fianco la difesa), mentre l’avvocatessa di concorso in favoreggiamento all’immigrazione clandestina per i casi relativi ai falsi certificati di residenza nelle case di Migliarino. Il suo legale, Francesco Pagliuso, ha già avuto modo di anticipare la tesi difensiva, per la assoluta estraneità dell’avvocatessa «in una inchiesta che non comprendiamo, poichè raramente - spiegava il legale - mi è capitato di veder procedere inquirenti in una indagine che a nostro avviso non ha fondamento. Presenteremo le nostre ragioni e riusciremo a farle accogliere dal giudice». Domani, davanti al giudice Silvia Marini, per una verifica giudiziaria più che mai attesa.
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