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«Nel cuore del Parco amianto e sporcizia È una vergogna»

«Nel cuore del Parco amianto e sporcizia È una vergogna»

L a denuncia arriva dall’ex consigliere Iginio Ferroni All’interno decine di marotte dell’800 abbandonate

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COMACCHIO. I tempi d’oro dell’allevamento delle anguille in batteria sono tramontati a metà degli anni ’90, dopo l’esperienza fallimentare del centro sperimentale, sorto nel cuore del Parco del Delta del Po con fondi europei e nazionali. Dapprima la Sivalco e poi altre società susseguitesi nella gestione hanno allevato le anguille in uno specchio di valle confinante con valle Campo per poi inscatolarle. «Si è poi scoperto che quelle anguille allevate, una volta lavorate e marinate si sfarinavano nella scatola – commenta Iginio Ferroni, ex-consigliere comunale – e così abbiamo perso credibilità sui mercati esteri, perché in un solo mese di conservazione in scatola tutto si riduceva a farina». Ferroni da esperto conoscitore del territorio e delle sue Valli, già in passato aveva perorato la causa di un luogo immerso nella natura e che ora versa in uno stato di abbandono e di degrado. «La Natura si sta riprendendo quello che l’uomo ha usurpato», dichiara Ferroni, mostrando macchinari e strumentazioni ormai fuori uso e avvolti in gran parte dalla vegetazione, ma anche da ruggine e ragnatele». Sotto al capannone una cinquantina di marotte, imbarcazioni storiche risalenti alla fine dell’Ottocento e ai primi del Novecento, manifestano inesorabilmente i segni del tempo e dell’incuria. «Sono barche simbolo della nostra storia – si interroga Ferroni – e c’è da chiedersi come mai siano state abbandonate qui, chi abbia deciso di creare un cimitero di marotte, senza invece pensare al loro recupero, anche in una prospettiva museale. Siamo nel Parco». Sin dai tempi del suo impegno politico Ferroni si era a più riprese occupato di un sito «ora è degno di un film di Dario Argento – dichiara amareggiato il comacchiese- dove i tetti di copertura in vetro resina e vetro-amianto restano la priorità assoluta da gestire. Mentre la gran parte delle marotte, impiegate sino agli anni ‘60 per il trasporto delle anguille vive alla Manifattura dei Marinati, per la successiva lavorazione con la salamoia a base di aceto, acqua e sale, avrebbero potuto avviarsi ad asta prima del declino, la questione amianto invece merita ben altre attenzioni». «Mi chiedo perché mai nessuno abbia messo mano alla bonifica dell’area – dice Ferroni con insistenza -. Visto che qui ormai è tutto in malora – va avanti l’ex-esponente di Alleanza Nazionale -, che il Parco del Delta e chi di dovere prenda in mano seriamente la situazione». Ferroni non risparmia critiche a chi in passato lavorava in un sito coperto di amianto ed ha preferito passare sotto silenzio il problema. «Tutti sapevano, dirigenti delle società di allora, maestranze, dipendenti, politici di allora, tutti hanno taciuto in maniera omertosa – esclama Ferroni – e questo non fa onore a quei comacchiesi che hanno detto che sono stati altri a rovinare Comacchio. Anche loro, tacendo, si sono resi responsabili –conclude -, di questo macello». Lasciandoci alle spalle un luogo che Ferroni ha paragonato ad una “Chernobyl spettrale”, ritroviamo sul nostro percorso magnifici esemplari di garzette, aironi bianchi e fenicotteri, immagini che fanno a cazzotti con un luogo nascosto, ma ben presente, rovinato per mano dell’uomo. «Non è più tempo di chiedersi di chi sia la competenza per intervenire – chiude laconico Ferroni -, se del Parco, della Provincia, del Comune, della Soprintendenza, della Regione o dello Stato. Bisogna fare in fretta, per salvaguardare un patrimonio ambientale che tutti ci invidiano». Le immagini scattate durante la visita parlano da sole.

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