Carte false ai cinesi. L’imputata in difesa
L’impiegata della Prefettura: sono innocente Ministero ammesso parte civile per danno di immagine
FERRARA. Ci sarà anche il Ministero dell’Interno a chiedere i danni al processo sulle “pratiche veloci” per consentire a immigrati cinesi di ottenere il ricongiungimento familiare.
Ieri, prima tappa dell’udienza preliminare che proseguirà il 19 ottobre e il 30 novembre, il gip Silvia Marini ha accolto la richiesta dell’Avvocatura dello Stato e ammesso la costituzione di parte civile per quello che il Ministero considera un gravissimo danno di immagine. Perché sul banco degli imputati, oltre alle tre imprenditrici cinesi accusate di fornire il servizio di carte false al prezzo di 7-8000 euro a pratica, oltre a una trentina di immigrati che avrebbero pagato per assicurarsi il ricongiungimento illegale, oltre all’avvocatessa Silvia Baldassarre, accusata di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, c’è un’impiegata della prefettura di Ferrara, Simona Granatiero che, secondo la procura, avrebbe ottenuto soldi, favori e regali per favorire le pratiche illecite e da qui l’accusa di corruzione.
Secondo la tesi accusatoria, sostenuta dal pm Giuseppe Tittaferrante, a tenere le fila di quell’ “ufficio assistenza pratiche” fuorilegge c’erano tre imprenditrici cinesi: Xia Lihong, detta Li, titolare di un ristorante in via Garibaldi a Ferrara, Xiang Aimei, detta Ketty , titolare di un ristorante a Porto Garibaldi e Xia Xinwei, detta Silvia, che gestisce il bar Novecento a Ferrara: devono rispondere di falso ideologico e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il “pacchetto” comprendeva anche la messa a disposizione di case di affitto, a Ferrara e Migliarino, condizione indispensabile per ottenere il ricongiungimento. Peccato che anche le residenze risultassero fittizie, come era emerso dalle indagini della squadra mobile. Carte false che ricevevano poi l’avallo finale della prefettura fornendo così una “coperta” alle precedenti irregolarità.
Ma è proprio questo collegamento che la difesa dell’impiegata prefettizia contesta con forza. «La mia assistita non è una funzionaria, ma un’impiegata. E se si ritiene che un’impiegata possa fare tutto quello che avrebbe fatto lei, siamo fuori dalla grazia di Dio», attacca il suo difensore, l’avvocato Salvatore Mirabile. Assunta nel 1997, con contratti rinnovati annualmente, oggi continua a lavorare - demansionata - all’ufficio immigrazione della Prefettura. «Basta studiarsi bene le pratiche amministrative sull’immigrazione, per capire che io non sarei stata in grado di fare ciò di cui mi accusano», si sfoga lei stessa al termine dell’udienza preliminare. «Non ha avuto alcun senso sequestrare il mio computer di casa perché le chiavi di accesso sono utilizzabili solo sul Pc della Prefettura, dove ho sempre lavorato in una stanza con altri colleghi: come avrei potuto fare tranquillamente tutte quelle pratiche illecite?».
E soprattutto, prosegue, chi doveva controllare? «Come facevo a sapere che le carte che mi mostravano erano false? - protesta - Prima che alla Prefettura quei documenti devono passare il vaglio della questura, e lo stesso vale per le case fittizie, le cui verifiche sono competenza dei Comuni. Ma di questa catena di controlli non si è tenuto conto». Nessuno degli stranieri coimputati, continua, ha ammesso di averle dato denaro. L’unica ad accusarla, una cittadina filippina, è ora indagata per calunnia. Anche sulle presunte regalìe Granatiero ha qualcosa da ridire: «Avrei ricevuto uno smartphone S4 nel 2012-2013, quando invece è uscito un anno dopo, e me lo sono comprato». Ma allora perché è finita in questa storia? «La mia assistita è sempre stata molto disponibile nei confronti degli immigrati - è la spiegazione fornita dal suo avvocato - e questo non l’ha resa popolare».(a.m.)
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