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Eni vuole trivellare lungo l’argine Agosta

Eni vuole trivellare lungo l’argine Agosta

La richiesta, già bocciata in passato, è stata ripresentata dalla società. Il sindaco Fabbri: «Siamo pronti a fare ricorsi e a batterci per le nostre Valli»

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COMACCHIO. Scade il 27 settembre prossimo il termine per presentare osservazioni in merito alla richiesta di autorizzazione, riformulata dal gruppo Eni per l’apertura di un nuovo pozzo estrattivo lungo l’argine Agosta, al confine tra i comuni di Comacchio, Argenta e Ravenna. La vicenda è nota e in quest’ultimo anno ha visto una presa di posizione corale, ferma ed unitaria, tanto del consiglio comunale lagunare, quanto dell’assemblea dei sindaci della Comunità del Parco del Delta del Po. Il no a nuove trivellazioni, con particolare riferimento ad un’area di tutela ambientale, proclamata un anno fa tredicesima riserva della biosfera, Mab Unesco, riemerge dopo la risposta del sindaco ad una interrogazione del consigliere comunale Kubbajeh Moh’d.

«Il ministero dell’Ambiente – ha sottolineato il sindaco Marco Fabbri -, aveva sospeso la procedura avviata con la richiesta dell’Eni, in attesa del referendum. Come tutti ricordano - ha aggiunto Fabbri -, il quesito referendario non ottenne il quorum. Ci risulta che Eni abbia ripresentato quella domanda e faremo le nostre osservazioni entro la scadenza fissata al 27 settembre prossimo. Trattandosi di area Mab Unesco, vicina a 2 Piani di stazione, contiamo di avere dalla nostra parte il sostegno dei 2 parchi, veneto e del Delta del Po».

Già nel mese di marzo scorso Fabbri aveva palesato il proprio sì al referendum che il 17 aprile scorso si è chiuso però con un nulla di fatto, non essendo stato raggiunto il quorum. «Siamo chiamati a scegliere se puntare sulle trivelle, sacrificando i nostri tesori ambientali, oppure chiedere un futuro diverso – aveva detto Fabbri prima del referendum -, pulito e rinnovabile». Benchè l’oggetto del quesito referendario fosse circoscritto ai pozzi già operativi che, in caso di vittoria del sì, non avrebbero potuto ottenere nuove autorizzazioni per proseguire l’attività estrattiva, la questione è tornata quindi alla ribalta in questi giorni. Il no deciso a nuove trivellazioni già formulato dal consiglio comunale e dai sindaci di tutta la comunità del Parco del Delta del Po, non solo punta il dito contro il fenomeno dell’inquinamento di un’area sottoposta a numerosi vincoli di tutela, ma si richiama anche agli ingenti rischi di subsidenza ed erosione costiera. Se si considera che la coltivazione di un giacimento di metano può produrre l’abbassamento di suolo di 6.8 millimetri nel perimetro dell’attività estrattiva, un semplice calcolo lascia intendere che l’area corrispondente al giacimento si abbasserà di circa 18-24 centimetri nell’arco di 30 anni. In media la vita di un giacimento dura infatti tre decenni. Tra le conseguenze dunque erosione delle spiagge ed ingressione marina, squilibrio di reti idrauliche e fognarie, danni al patrimonio artistico e monumentale, aumento della vulnerabilità degli edifici nelle aree urbane. «Speriamo che il futuro ci sia più ascolto da parte del Governo – ha concluso il sindaco comacchiese – alle istanze dei territori. Non dimentichiamo che l’area è molto vicina ai più importanti scavi archeologici dell’antica città di Spina».

Nel caso in cui il Ministero dello Sviluppo Economico, in accordo con il Ministero dell’Ambiente accogliesse la procedura di autorizzazione riformulata da Eni, per la concessione di coltivazione idrocarburi, lungo l’argine Agosta, le istituzioni locali non staranno a guardare, ricorrendo anche alla giustizia amministrativa (Tar e Consiglio di Stato), qualora se ne ravvisassero i presupposti.

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