Il “capo” racconta l’orrore e non fa sconti ai complici
Omicidio Tartari, Pajdek smentisce il giovane Fiti: «Ad Aguscello c’eravamo tutti e tre». «Lo abbiamo picchiato tutti, non so se era vivo quando lo lasciammo al casolare»
FERRARA. «In casa di Tartari siamo entrati io, Patrick e Fiti, e lo abbiamo picchiato tutti e tre».
Poche parole per un delitto senza misteri. Sono da poco passate le cinque del pomeriggio di venerdì 23 settembre, e nell’aula in cui si celebra il processo per la rapina mortale ai danni di Pierluigi Tartari hanno già testimoniato, con una ricostruzione doviziosa dei fatti e degli accertamenti, gli ispettori della polizia di Stato che hanno condotto le indagini; ma è con l’entrata in scena di Ivan Pajdek, riemerso dal carcere dove è stato condannato a restare trent’anni, che sugli imputati Patrick Ruszo e Constantin Fiti cala una pietra tombale. Ruszo, da parte sua, aveva ammesso la sua partecipazione al massacro fin dal suo arresto, il 26 settembre dell’anno scorso, quando aveva fatto ritrovare agli inquirenti il cadavere del pensionato scomparso dalla sua casa di Aguscello poco più di due settimane prima. Ma le parole di Pajdek si abbattono come colpi di mortaio sul muro di negazione ostinata dietro cui fino ad ora si è trincerato Constantin Fiti: ad Aguscello, il 9 settembre 2015, c’era anche lui.
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Il racconto di Pajdek scorre come sui binari, incalzato dal pubblico ministero Filippo Di Benedetto, e il tono piatto e calmo della sua voce non fa che risaltare la ferocia di quella spietata aggressione. Tartari, 73 anni, una vita mite e ordinata, è appena entrato in casa con una pizza in mano. La mette in frigo e va in cucina a lavarsi le mani. L’acqua gli impedisce di sentire i tre entrare. Lo stavano aspettando, riferisce Pajdek: dopo essere stati tutti e tre a Bologna a portare a qualcuno un’auto Nissan con un amico e aver accompagnato quest’ultimo al loro “quartier generale”, a Darsena City, hanno raggiunto via Ricciarelli ad Aguscello a bordo dell’Alfa guidata da Pajdek, piena di arnesi da scasso e da offesa. Pajdek ha anche rotto la luce del giardino, per rendere il terzetto invisibile.
Quando l’ignaro pensionato torna a casa si coprono il viso con calze di nylon scure ed entrano. Tartari è in cucina e solo quando torna nell’ingresso si trova i tre davanti. «Io avevo un tubo di plastica, Patrik una mazza e Fiti un palanchino di ferro - ricorda Pajdek - ma non lo abbiamo picchiato subito», Prima Fiti, 22 anni, e Patrick, 19, danno uno spintone all’ultrasettantenne Tartari, che cade e viene tempestato di calci. «Fiti era dalla parte della testa e lo calciava». E lui, Pajdek? «Solo due colpi sotto il ginocchio». E poi, prosegue, «abbiamo cominciato a legarlo con il nastro adesivo». Gli chiedono soldi. Tartari, docile, indica loro il portafogli dove ci sono carta di credito e bancomat, di cui fornisce anche il pin esatto. Con queste Pajdek va allo sportello automatico della Carisbo di Villa Fulvia e preleva 250 euro, mentre il prelievo con la carta di credito non gli riesce. Intanto, Tartari è solo con Fiti e Ruszo. E al suo ritorno, racconta Pajdek, «in casa era caduta una bomba».
Tutto è a soqquadro, i complici sono a volto scoperto perché, gli spiegano, tanto lui non ci può vedere». Tartari «sembrava una mummia, aveva occhi, orecchie e bocca chiusi con il nastro». Ma era ancora vivo? E qui comincia lo slalom di Pajdek, tra omissioni, contraddizioni e «io l’ho visto appena», nel tentativo di ritagliarsi il ruolo di meno peggio della banda. Dopo l’arresto, il 3 ottobre in Slovacchia, si era detto sicuro che Tartari fosse ancora vivo, sia in casa che dopo il trasporto al casolare, dove «si muoveva e mormorava» e dove Fiti lo zittisce «dandogli altri due colpi».
Una ricostruzione che vede dunque il terzetto abbandonare un uomo ancora agonizzante in un casolare fuori dal mondo e lasciarlo lì al suo destino. Da qui, probabilmente, la marcia indietro: «Non posso dirlo al mille per mille se era vivo o no». E poi l’inutile: «Vorrei che fosse vivo ora». Scrupoli del tutto assenti la sera stessa della rapina e poi ancora il giorno dopo, 10 settembre, quando i tre danno fondo alle carte di Tartari e si dedicano a uno shopping che riassume tutta la banalità e la stupidità del male: telefonino, scarpe da ginnastica, gioielli, abiti. Disseminando ovunque tracce elettroniche e immagini dei loro passaggi filmati dalle telecamere. Quando un acquisto non va a segno (perché un commesso si insospettisce e trattiene la carta di identità di Tartari esibita per mungere la sua carta di credito), si innervosiscono e fanno perfino un incidente con l’Alfa nel parcheggio dell’iper Le Mura. Anche la Opel Corsa di Tartari, su cui la banda trasporta l’anziano al casolare e nasconde sotto il ponte di Darsena City, sarà ritrovata ammaccata al cimitero di Mizzana perché Ruszo, inesperto nella guida, l’aveva provata nel tentativo di fuggire in Slovacchia.
Di andare a controllare lo stato del povero Tartari, dice ancora Pajdek «se ne parlava, certo, ma quando Fiti e Ruszo sono andati al casolare, sono tornati indietro perché avevano visto delle luci, e pensavano che l’avessero ritrovato». A essere rintracciati dagli inquirenti nei giorni successivi, invece, sono stati loro, banda senza cervello e senza cuore.
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