«Il corpo riconosciuto solo attraverso il Dna»
Il drammatico racconto: l’allarme, le indagini, poi gli arresti e il ritrovamento nel casolare
L’incubo iniziò alle 8.47 dell’11 settembre dell’anno scorso, con la telefonata di Marco Tartari alla Polizia denunciando il furto in casa, in via Ricciarelli 187.
«Andammo sul posto - spiega al presidente della Corte, Rizzieri e ai giudici schierati, il capopattuglia della Volante, Tiziano Giatti - e il fratello Marco ci indicò l’effrazione in casa e l’assenza di fucili. Si diceva preoccupato per la scomparsa del fratello Pier Luigi». E scattò l’allarme, perchè nella casa di Pier Luigi trovarono sangue e segni di collutazione che indicavano una rapina. Tutto partì da lì, poi le indagini - ha spiegato Michele Rossini, ispettore della squadra mobile (lui e Stefano Perelli incastrarono la banda Pajdek) - si concentrarono sui movimenti delle carte rubate a Tartari (prelievi e acquisti)tra il 9 e 10 settembre. Quindi venne trovata l’auto e iniziarono le ricerche di Tartari.
Inutili, anche coi cani molecolari, ha ricordato Andrea Criucianelli, il dirigente della Mobile che ha coordinato indagini, ricordando Ruszo: «Quando lo abbiamo arrestato aveva lo sguardo vuoto, ma collaborativo. Ci indicò il posto dove era il corpo di Tartari, fu difficile trovarlo». E qui, l’orrore: «Era irriconoscibile, solo attraverso il Dna fu possibile confermare che si trattava di lui» ha spiegato il medico legale, Matteo Rossi risparmiando ai giudici le immagini del fascicolo.
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