«Massacrato e abbandonato»
Omicidio Tartari: parte piano in mattinata per tecnicismi, colpo di scena nel pomeriggio
FERRARA. Rita parla con gli occhi e il viso tirato che vogliono solo dire: «Ma che ci facciamo qua!», mentre Marco ripete ciò che ha sempre detto: «Non meritano una parola questi ignoranti fottuti», come li ha sempre chiamati, gli assassini del fratello Pier Luigi Tartari, ucciso dopo una rapina in casa il 9 settembre dello scorso anno. Due di loro gli siedono davanti, nell’aula della Corte d’assise dove è iniziato ieri (a stento, in mattinata, e decollato nel pomeriggio) il processo per l’omicidio del fratello: due ragazzi, Constantin Fiti che ha 23 anni e Patrik Ruszo di appena 19, assassini, ma ancora presunti. Una presunzione, voluta e dovuta, dal diritto penale: ma andatelo a dire a loro, vittime due volte, Rita e Marco, prima per la morte del fratello Pier Luigi, oggi per un processo che non sarà mai giusto. E che debbono purtroppo sopportare, ripetendo anche ieri «questo è un calvario senza fine che si sarebbe dovuto evitare».
Ma il processo s’ha da fare, lo hanno voluto questi due ragazzi, presunti assassini e i loro difensori: un processo che parte piano ma che poi nel pomeriggio entrerà nel vivo con l’audizione dei testi d’accusa, di Rita e Marco Tartari e soprattutto di Ivan Pajdek, uno dei tre, lui sì assassino, non presunto, perchè condannato già a 30 anni di carcere. Ma era partito male il dibattimento, in mattinata, perdendo un pezzo ancor prima di essere dichiarato aperto: un giudice popolare della giuria, infatti, si era dimenticata dell’udienza ed è stata sostituita da un giudice supplente. Si scusa subito per il ritardo, entrando in aula, il presidente Alessandro Rizzieri che assieme all’altro togato Debora Landolfi dovrà decidere assieme ai 6 giudici popolari (4 donne e due uomini) della vita di questi due ragazzi. Un processo lento e tecnico, perché dalle 9.30 fino alle 15, per quasi sei ore, la Corte d’assise è stata costretta dalle manovre delle difese (richieste, eccezioni e questioni preliminari) ad entrare e uscire in camera di consiglio ben 4 volte per decidere. E bocciare tutte le argomentazioni difensive. Accogliendo, però - punto fermo - la costituzione di parte civile del Comune di Ferrara, che con l’avvocato Giacomo Forlani avrà un ruolo attivo nel dibattimento come accusa privata, perché la città e i cittadini hanno subìto un danno, morale, di immagine ed economico, dalla tragedia di Tartari: da quei 17 giorni di terrore (dal 9 al 26 settembre), quanto erano durate le ricerche del pensionato trovato poi abbandonato nel tugurio di Fondo Reno in condizioni che il processo proverà a descrivere.
«Abbandonato e massacrato - scandisce sillabando Marco Tartari - e quando verranno proiettate le fotografie delle condizioni in cui hanno trovato mio fratello, si capirà di cosa stiamo parlando». Dovranno capire soprattutto i giudici popolari, cittadini che per la durata del processo dovranno entrare nella galleria degli orrori che è stato l’omicidio Tartari. A loro si rivolgono le difese, per convincerli che le eccezioni tecniche e procedurali presentate sono corrette e dovute e non pretestuose. Per gli addetti ai lavori, invece, le richieste che prima l’uno, Alberto Bova che difende Fiti e poi Patrizia Micai, che assiste Ruszo, sono più che strumentali. E i giudici le bocceranno tutte, in sei ore di schermaglie procedurali. «Si vede che hanno paura», sibila tagliente uno degli addetti fuori dall’aula. E chi non l’avrebbe per questi due ragazzi che, davvero, e senza forzature giornalistiche, rischiano il carcere a vita, ergastolo, fine pena mai, come burocraticamente viene esplicitata questa possibile condanna. Se la prende anche coi giornali l’avvocato Bova «perchè hanno già emesso la sentenza». Invita i giudici popolari a «non farsi influenzare perchè quello che è stato scritto non è verità processuale». La pensa diversamente Marco Tartari che parla, si blocca e confida: «Dal 9 settembre dell’anno scorso dormo due ore per notte». Non gli era mai successo. «Ma se posso dirlo - continua - chi ci ha fatto andare avanti siete voi giornalisti della città, per aver scritto, sempre la verità». Gli avvocati Bova e Micai tentano difese tecniche, in un processo che hanno voluto, potendolo evitare col giudizio abbreviato. I loro sono tecnicismi frutto del gioco delle parti, spieghiamo a Marco Tartari. «Gioco delle parti? - si chiede arrabbiato - mai si dovrebbero prendere per questi barbari».
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