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Ferrara, quei punti oscuri nel racconto di Ivan

Ferrara, quei punti oscuri nel racconto di Ivan

Processo Tartari, il 21 ottobre controinterrogatorio di Pajdek. La parte civile: «Restano ancora molti aspetti da spiegare»

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FERRARA. Molte cose ha detto Ivan Pajdek nel corso del suo interrogatorio, ma molte altre restano da dire. L’uomo già condannato in primo grado a trent’anni di carcere per l’omicidio di Pierluigi Tartari, all’udienza di venerdì ha inchiodato i due complici alle loro responsabilità: Constantin Fiti era presente all’aggressione mortale al pensionato, e Patrick Ruszo è stato tutt’altro che costretto a prender parte alla rapina.

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Ma ci sono altri aspetti da approfondire, altre circostanze da chiarire, altri ruoli da delineare. Ed è su questi punti che si concentreranno le domande dell’accusa privata: «Ci sono parecchie altre cose che Pajdek ci deve spiegare, al di là della ricostruzione dei fatti del 9 settembre 2015», si limita a spiegare l’avvocato di parte civile Eugenio Gallerani che assiste il fratello della vittima, Marco, e la sorella Rita.

A illuminare le zone d’ombra che ancora gravano sulla vicenda interverranno anche le intercettazioni telefoniche acquisite dal tribunale (su 3.700, venti sono state ritenute d’interesse), e che il perito incaricato venerdì dal giudice avrà un mese di tempo per trascrivere. Vi sono i colloqui tra l’ex fidanzata di Fiti e il padre, in cui emerge tutta l’angoscia della ragazza di fronte a un fatto così tremendo, e la supplica al padre (nel frattempo deceduto) di andare a denunciare tutto alla polizia. Ma ci sono anche le parole di Rosy, mamma di Patrick Ruszo nonché badante a servizio nella casa vicina a quella di Pierluigi Tartari. È preoccupata per il figlio, Rosy, quel figlio che - già in fuga e arrivato fino a Udine insieme a Ivan Pajdek - deve tornare indietro, a Ferrara, perché non ha più un soldo e non sa come continuare a scappare.

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A Ferrara non ci può più stare perché, nascosto nel bivacco nei pressi di Darsena City dove vive la nonna, è peggio che stare chiusi in prigione. Rosy, licenziata in tronco dopo l’arresto del figlio, ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento con la rapina, e non è mai stata indagata. Anche se, proprio la sera prima della tragedia, Patrick e Ivan Pajdek (compagno della cugina di Rosy) erano stati da lei, nella casa confinante quella di Tartari. «Ma quello non era un sopralluogo - sostiene l’avvocato Alberto Bova, difensore di Constantin Fiti - loro due andavano abitualmente a mangiare da Rosy. E del resto, se Pajdek ha confessato la rapina, perché non avrebbe dovuto ammettere il sopralluogo?»

Ma perché, allora, collocare anche Fiti sul luogo della rapina se, come sostiene il ragazzo, lui non c’era? «Non so quale interesse possa avere - risponde il legale - forse quello di mostrarsi collaborativo con l’accusa e sperare di ottenere clemenza per le altre rapine che ha già confessato, rapine nelle quali Fiti non c’era mai». La confessione di Pajdek, conclude Bova «non ci preoccupa. Ha già fornito quattro o cinque versioni diverse, è incoerente e ha detto tante cose che non hanno senso, aspetto di poterlo interrogare per mettere in evidenza la sua poca attendibilità». Domande incrociate a cui Pajdek è chiamato a rispondere alla prossima udienza, fissata per il 21 ottobre.(a.m.)

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