«Scampato alla banda Pajdek»
Vittima degli uomini a processo per l’omicidio Tartari: «Il mio incubo continua»
Quella sera tornava dalla pizzeria, e poco dopo aver aperto il cancello di casa a Villanova di Denore, e arrivato davanti al garage, è stato colpito con un bastone alla testa: «massacrato e abbandonato, non come il povero Tartari per fortuna, ma sul marciapiede di casa mia, con la testa e una mano rotta, in una pozza di sangue; ma avrebbero potuto caricarmi nel baule della macchina e tenermi lì giorni per prendere i soldi del bancomat». Alessandro Colombani, 46 anni, la prima vittima della lunga scia dell’orrore che la banda Pajdek-Ruszo ha seminato nell’estate del 2015, parla alla Nuova Ferrara mentre aspetta. Attende di sapere quando si concluderà l’inchiesta sulle rapine della banda Pajdek-Ruszo, ma attende anche di essere chiamato in tribunale a testimoniare la sua parte di quel film sull’orrore che si sta materializzando, fotogramma dopo fotogramma, al processo per l’omicidio di Pier Luigi Tartari. La sera del 26 luglio, un mese e mezzo prima della tragedia di Tartari, Colombani finì dentro un film: «Mi sembrava così, un film, una finzione: era impossibile fosse reale ciò che mi accadeva» e diventò la prima vittima di Pajdek-Ruszo, mentre nella banda c’era una terza persona, un certo Igor “il russo”, vecchia conoscenza del carcere dell’Arginone, ricercato e mai trovato, ed autore assieme agli altri due delle altre rapine-assalti a Mesola e poi a Coronella.
Tre rapine per cui si attende la chiusura dell’indagine, e poi Colombani potrà ricordare il suo incubo, a tutti. Come lo ricordava ieri a la Nuova Ferrara: «Non passa giorno che io non pensi a quello che mi è successo e non mi è successo, se ripenso al povero Tartari: tutti i giorni quando rientro a casa, apro e chiudo il cancello, mi avvicino al garage e ho paura, mi cago sotto, sì, è così. E quando non ci penso ma vedo il mio dito rotto e che non posso più piegare, non posso non pensare a ciò che mi hanno fatto». Quella sera del 26 luglio rientrava a casa, mentre i tre della banda erano già li fuori, e stavano rubando nel garage (un caricabatterie e poco altro). «Mi hanno aggredito alle spalle, colpendomi forse con un bastone: mi coprivo la testa con la mano che mi hanno spezzato e poi non contenti di avermi gettato a terra, svenuto, mi hanno tirato su, legato e imbavagliato»: lesioni alla testa con ferita lacera-contusa da 8 punti di sutura, 40 giorni di prognosi, tra operazioni e gesso, e poi 8 mesi di riabilitazione per quella mano rotta, usata per proteggersi dalla brutalità di chi picchiava. «Oggi quel dito non riesco più a muoverlo e mi ricorderà per sempre che sono molto fortunato per essere vivo e poterlo raccontare». Ha letto e riletto le dichiarazioni di Pajdek e Ruszo, sulla rapina e le botte che ha subito. Ha saputo che al processo Tartari, difese e parti civili potrebbero chiamare anche le vittime delle rapine dell’estate 2015, per tracciare una sorta di profilo psicologico e comportamentale dei protagonisti, dei ladri-rapinatori-picchiatori, diventati assassini. Per dire che Ruszo non era il ragazzino soggiogato, ma tra i più violenti, il feroce che picchiava. E Pajdek quello che mentre “lavorava” sembrava il più calmo, umano. «Non li ho visti in faccia, era buio ed erano alle spalle. Ricordo le voci e vedevo i loro piedi, a terra: mi hanno aggredito due persone giovani, veloci, scattanti, come un’anguilla. Picchiavano e non dicevano nulla, e io no capivo cosa volessero». Poi dopo essere svenuto a terra «è arrivata una terza persona: era un uomo di mezza età, dalla voce, l’unico che parlava e che ha parlato e che non picchiava. Mi frugò in tasca, mi trovò 70 euro e mi chiese se non avevo altri soldi e se ne avevo in casa. Mi presero il bancomat».
«Per fortuna - continua il racconto - ero ancora lucido, gli diedi subito il pin, lo ricordavo. Altrimenti se fosse stato sbagliato quelli tornavano indietro e mi finivano». Ricorda un particolare paradossale: «Chi mi prese il bancomat (Pajdek, ndr) mi disse e rassicurò: “ti prendiamo solo 200 euro”». I rapinatori-barbari che hanno poi ucciso Tartari, riuscivano a sdoppiarsi, in una schizofrenia incontrollata, tra brutalità e giustificazioni. «Ancora oggi - si chiede Colombani - non so perché abbiano scelto la mia casa (Colombani fa l’operaio, vive da solo, ndr) Per fortuna quella notte mi sentirono urlare nelle case vicino, dove c’era un festa. Altrimenti...». La sua sorte sarebbe potuta essere quella di Tartari, che un mese e mezzo dopo, per 2000 euro fu prima massacrato di botte, poi imbavagliato, soffocato, abbandonato e ucciso. «Se li vedessi oggi domani in tribunale chiederei loro solo il perché di tanta violenza. Volevano i soldi, me li chiedevano. Invece quella sera, prima di prendermi qualcosa e parlare, mi massacrarono di botte, testa e mano rotte». «Grazie a Dio quella sera mi andò bene: riuscì a slegarmi come nei film, segando il nastro nello spigolo del muretto andai in garage, tagliai l’altro nastro e chiamai i carabinieri». Da allora aspetta ancora, che qualcuno gli dica chi è stato e perché. Non i giornali.
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