Carife resta legata alla trattativa Ubi
I bergamaschi valutano Ferrara lontana dal loro business, ma se comprano le altre tre si aprono spazi. Anche per Unicredit
FERRARA. Il tavolo al vertice convocato dal ministro Pier Carlo Padoan assomiglia a quella “cabina di regia” invocata da ben prima della risoluzione sul problema di Carife e delle altre banche in difficoltà. Possibile, era il pensiero dominante sul territorio, che i vertici del mondo bancario e il governo non riescano a mettersi d’accordo per accollare alle maggiori banche gli oneri del salvataggio e del rilancio di istituti piccoli come appunto la Cassa ferrarese? Cosa si siano realmente detti il ministro e i vertici dei tre principali istituti italiani, in termini d’incentivi agli acquisti, mosse nei confronti della Bce e operazioni sui crediti deteriorati, lo sapremo forse nei prossimi giorni. Si può però riferire il clima che si respirava attorno alla convocazione di questo tavolo, era di rimessa in discussione di quanto emerso in questi mesi di faticose trattative per le quattro good bank. Quando si muovono colossi come Intesa e Unicredit, infatti, i parametri cambiano e certe valutazioni vanno riviste. Nell’ottica di un accordo “globale” che comprenda anche Mps, almeno ventilato se non proprio già impostato, può quindi assumere un senso la voce circolata nelle ultime ore di un accostamento di Carife a Unicredit.
Si tratta di uno scenario mai ipotizzato in passato, perché il modello industriale della seconda banca italiana non appare il massimo per una banca locale con un’elevata concentrazione territoriale di sportelli, e che tra l’altro ha chiuso 92 sportelli nel primo trimestre del 2016, riducendo di 1.050 unità i dipendenti. Uno studio di Kpmg evidenzia, tra l’altro, come per Unicredit venga considerato interessante, sul territorio, la sola parte del mercato del credito che va dal Copparese all’Alto Ferrarese, e questo aprirebbe prospettive di un mini-spezzatino successivo alla eventuale acquisizione in blocco di Carife. Resta poi aperta la strada che porta ad un fondo d’investimento anglosassone tipo Ares, molto più defilata l’ipotesi di un coinvolgimento di Cariparma, più volte smentito. In estrema ipotesi, prima dello spezzatino-liquidazione, si mantiene aperto il salvataggio-bis ad opera del Fondo Interbancario.
Tutto però dipende dall’esito della trattativa tra Ubi e Bce sull’acquisizione delle altre tre banche. Si discute da giorni sull’entità dell’aumento di capitale (400 o 600 milioni) necessario per l’acquisizione, il destino dei crediti deteriorati in pancia alle tre banche e il modello di valutazione dei crediti, più che sul prezzo di acquisto. Difficilmente si potrà tirare in lungo per troppo tempo, vista la natura tecnica della proroga concessa dalla Commissione Ue sulla scadenza del 30 settembre. I bergamaschi hanno tra l’altro fatto filtrare negli ambienti bancari il motivo della mancata offerta nei confronti della sola Carife: troppo lontana dal blocco territoriale sul quale Ubi mira a controllare, quello del Centro Italia.
Se dovesse fallire la trattativa con Ubi, a Roberto Nicastro non resterebbe che tornare da quel fondo Apollo “respinto” in estate, per tutte e quattro le banche.
Stefano Ciervo
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