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LA DOMENICA

Arte e salute: un'occasione perduta

di LUCA TRAINI
Il gallerista Renzo Melotti davanti al presepe napoletano che ha donato alla diocesi
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Il gallerista Renzo Melotti davanti al presepe napoletano che ha donato alla diocesi

Il fondo domenicale del direttore della Nuova Ferrara sulla quadreria di Melotti portata a Rovigo

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Sprofondato nel divano di casa, sotto una tela di Ottone Rosai da far invidia ad un museo, ma che nel catalogo della sua collezione del Novecento neppure trova spazio, schiacciata tra i Sironi e i De Chirico, spinta via dalla confessata predilezione per il dissacratore Mino Maccari, torna a ripeterlo. Lo ribadisce con la stessa amara fermezza del primo incontro, che non vuol più essere chiamato ferrarese, che questa non è più la città che ha amato. E gli occhi,che a fatica riconoscono le pennellate di quel genio del colore che è Antonio Corpora (le dita mosse a mezz’aria e la voce che spiega si affidano piuttosto ai ricordi), si fanno umidi. Una storia d’amore lacerata, con accusa di tradimento. Una storia da raccontare perché sintomatica, la testimonianza di una clamorosa occasione persa. Colta da Rovigo, rimpianta anche in Curia.

 

Renzo Melotti, classe 1933, è stato gallerista di fiuto e relazioni. Per una lunga e fortunata stagione portò nello studio di via Aldighieri, dietro il vecchio tribunale, le creazioni dei principali artisti sulla scena europea, e molti di essi qui, suoi ospiti, e gli scorci della città in alcune loro opere, come nelle acqueforti di Orfeo Tamburi e degli altri “artisti per Ferrara”. Una carriera intensa e di successo, grazie alla quale ha potuto finanziare anche la sanità pubblica.

 

Con i suoi artisti - rincorsi, pregati, convinti - con le mostre e le vendite d’arte organizzate per trovare fondi per l’ospedale, arrivò a donare al Sant’Anna un centro per l’endoscopia pediatrica da oltre un miliardo di lire; correva l’anno 1990 e in Italia strutture simili erano solo al Gaslini di Genova e al Bambin Gesù di Roma. Ferrara divenne la destinazione di centinaia di corse disperate in eliambulanza da mezza Italia, per soccorrere bimbi cianotici per la trachea ostruita dal pezzetto di un gioco, da una moneta o da un boccone. E molti furono salvati. Durò dieci anni, prima che i costi di gestione costringessero a gettare la spugna. Il centro chiuse, l’impegno del gallerista proseguì, strutturato nella fondazione con cui finanziava la ricerca pediatrica, una proficua collaborazione con il Meyer di Firenze, borse di studio e vacanze mediche, l’impegno estivo di decine di professionisti che trascorrevano le proprie ferie a curare ed operare bambini nel sud del mondo e ancora lo fanno.

 

Soprattutto, Melotti convinse gli amici artisti e gli amici degli amici a regalare opere per l’ospedale cittadino: oltre duecentoquadri e sculture donati a più riprese sino ai primi anni Duemila,per alleviare le sofferenze dei pazienti e le pene dei loro famigliari, anche solo per il tempo di uno sguardo. Duecento opere che furono il vanto del vecchio Sant’Anna, in Giovecca, e ne hanno seguito il destino. Quando l’ospedale ha traslocato, sono state lasciate lì; gli unici colori mai giunti a Cona sono state le piatte pennellate di tinta azzurra, arancione o glicine con cui quest’estate sono stati segnati percorsi e punti di riferimento nei 185mila metri quadrati di un non-luogo straniante in cui la città non si è mai riconosciuta e a volte s’è smarrita.

 

La quadreria abbandonata per una questione di costi, ufficialmente. Per una mutata sensibilità dei manager della sanità e di un’amministrazione civica non più rispettosa dell’arte, sostiene l’ex gallerista che persona conciliante non è - e anche ciò deve aver influito.

 

Né conciliante, né arrendevole, ma deluso e agguerrito. A ottant’anni passati, l’uomo s’è rivolto alla magistratura,impugnando gli atti di donazione che riportano stampato nero su bianco ciò che per molte tele è vergato sul retro dalla mano dell’autore, la dicitura “per gli ammalati”: se l’ospedale sconfessava l’effetto terapeutico dell’arte e rinunciava ad esporre quadri e sculture, avrebbe dovuto restituirli. I giudici hanno cominciato a dargli ragione e per la maggior parte delle donazioni, quella dai verbali chiari ed espliciti nelle motivazioni, hanno ordinato la restituzione.

 

L’ex gallerista avrebbe dovuto riavere centoventi opere, ma diciotto non sono state trovate: sparite, probabilmente rubate. Ne è scaturita un’altra causa civile, con Melotti che rivendica il controvalore di ciò che non gli è stato consegnato, avvilito nel dover condurre un’azione legale per godere di un diritto riconosciuto, ma deciso ad andare fino in fondo, tanto più da quando ha saputo che l’ospedale per quel furto sarebbe già stato risarcito dall’assicurazione.

 

Tra le centoventi opere restituite c’è anche un sontuoso presepe napoletano “stile Settecento” che resta in città. L’ex gallerista l’ha voluto donare alla Diocesi e dallo scorso Natale fa bella mostra di sé in Duomo. Tutte le altre, più un ulteriore lascito che stava raccogliendo per Ferrara e che riporta i conti ad oltre duecento pezzi, sono destinate a Rovigo. Nel vicino Veneto l’ospedale Santa Maria della Misericordia ha colto al volo l’occasione di dotarsi di una quadreria di assoluto valore. Sarà inaugurata a fine mese, con cerimonia e festeggiamenti pubblici.

 

Il catalogo che è pronto per andare in stampa, un “Renzo Melotti per Rovigo” come già sono stati “per Ferrara” i tre volumi di “Arte e scienza in ospedale” che il gallerista compose per il Sant’Anna, ha una calorosa introduzione del vicario generale del nostro vescovo, don Massimo Manservigi. «So per certo che nella nuova casa quelle opere faranno lo stesso bene che hanno operato tra noi ma permettetemi di rimpiangerne la dipartita da Ferrara, almeno questo», scrive il monsignore. Io sottoscrivo.

Buona domenica.

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