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Dario Fo e la città estense Un abbraccio lungo 50 anni

di Samuele Govoni
Dario Fo e la città estense Un abbraccio lungo 50 anni

La prima volta al Comunale fu nel 1965 con “La colpa è sempre del diavolo” Sostenne la nascita del Ferrara Off e “riscrisse” la storia di Lucrezia Borgia

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Dario Fo fece la sua prima apparizione a Ferrara nel 1965. Cinquant’anni, anzi cinquantuno; tanto è passato da quando l’attore e drammaturgo portò in città “La colpa è sempre del diavolo”. Vi tornò poi tre anni dopo, nel 1968, con “La signora da buttare”; spettacolo in cui la “signora” era l’America. Fo condusse un’aspra critica sia nei confronti dei falsi miti di cui essa si farebbe portatrice, sia delle politiche militari ed interne adottate. Poi nel 1970 fu la volta di “Mistero buffo”, opera originale che influenzò molti autori, attori e che consegnò Dario Fo all’immortalità.

L’opera viene considerata un modello per il genere del teatro di narrazione, sviluppato in seguito da attorinarratori come Baliani e Paolini. Una differenza che tuttavia separa nettamente le rappresentazioni di Fo dagli spettacoli narrativi della generazione successiva, è il diverso uso del corpo e delle potenzialità sceniche dell’attore. Poi una lunga assenza. Ci vollero oltre vent’anni prima che la coppia che ha diviso palco e vita tornasse nella città estense. L’ultima volta fu nel 2002 con “Lu santo Jullare Francesco”. «Fo è stato un grandissimo in tutti i sensi - dichiara Fabio Mangolini, attore e regista - La mia generazione è cresciuta con “Mistero buffo”. La prima volta che lo vidi a teatro ero molto giovane e rimasi folgorato dalla sua arte. Più avanti, nel corso degli anni, ebbi il piacere e il privilegio di lavorare con lui e con la Rame. L’ultima volta fu poco tempo fa, nel 2011. Ricordo che una volta - prosegue Mangolini - eravamo dietro le quinte e Fo aspettava di entrare in scena. Era estate, c’era caldo e lui era pallidissimo. Dal palco lo separavano quattro gradini e ogni gradino che faceva in quella direzione cambiava colore, si accendeva. Lui era fatto per il palcoscenico, per stare sulla scena». Sono tanti i ricordi che direttamente e indirettamente legano Mangolini al Premio Nobel (gli venne consegnato nel 1997 per la letteratura). «Fo ci lascia la capacità di ridere del mondo. Ci ha insegnato che c’è sempre un’altra parte della frittata, un’altra faccia della luna. Fo - conclude -non ci ha insegnato a ridere e basta, ci ha insegnato a prendere le cose sul serio mantenendo però la consapevolezza che ci vuole anche tanta ironia per affrontare la vita». Nel 2013 appoggiò la nascita di Ferrara Off e in un videomessaggio disse: «Ferrara Off è un centro nuovo per permettere ai giovani di avere uno spazio in cui recitare, scrivere, magari fare del grammelot». Ma l’attore e drammaturgo è stato anche tanto altro: regista, scrittore, autore, illustratore, pittore, scenografo, attivista; insomma, un uomo di cultura a tutto tondo, un’artista ecletticco, istrionico che ha fatto della sua stessa vita un’opera d’arte. Con “La figlia del papa” (ed. Chiarelettere, 2012) ha scritto di Lucrezia Borgia, consegnando al pubblico un ritratto ben diverso rispetto a quello più conosciuto. «La storia ci ha consegnato una Lucrezia che è una sgualdrina di alto rango. E basta. Ma non fu così. Attraverso vari approfondimenti storici biografici - raccontava in un’intervista rilasciata alla Nuova Ferrara nel 2014 - mi sono ritrovato una donna di grande erotismo, ma non spietato, non costruttrice di trappole. Lei è stata un’altra. Le mie conoscenze mi hanno permesso di confermare che lei, Lucrezia Borgia anche sposa di Alfonso I d'Este, fu una grande appassionata di arte, di musica, di architettura, cose che io non sapevo. È stata - concludeva - una donna che ha dimostrato coraggio, slancio straordinario e dignità altissima, che affronta la condizione in cui si trova, il suo tempo, e addirittura arriva allo scontro con suo padre Papa Alessandro VI».

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