Il posto alla Berco un sogno spezzato
Entrare in fabbrica era una sicurezza: vite stravolte
COPPARO. “La Berco las dà da magnar”. Non è solo una frase quella ricordata da Irene Chiarabelli, una delle operaie che ieri mattina è rimasta davanti ai cancelli della fabbrica chiusa per sciopero. È la storia della cittadina di Copparo in cinque parole, quelle che bastano per raccontare la preoccupazione dei 1500 lavoratori che dopo aver brindato “al posto” avuto nei tempi d’oro, adesso si trovano a fare i conti con la crisi e il futuro incerto.
Copparo era la Berco, è la Berco - dicono gli operai - Dovremmo stare dentro a lavorare, invece siamo qui a chiederci cosa accadrà domani e per la prima volta ci scopriamo deboli». «Lavoro qui da 12 anni - spiega Simone Spada stringendo le spalle nella giacca - Ho fatto domanda perché l’azienda per cui lavoravo era in crisi e mi è andata bene. Vengo da Guarda Veneta, quando mi hanno chiamato ero contento ma anche spaventato. Tutti mi parlavano della Berco come un’oasi, un luogo ambìto. Mi dicevano “se ti prendono sei sistemato a vita, vedrai”. E io quasi tremavo dalla paura e dalla gioia perché da semplice operaio inesperto sarei andato a lavorare per loro. Non mi sentivo pronto, non per loro. Fin dal primo giorno di lavoro i colleghi mi hanno aiutato, tutti molto disponibili e sono arrivato oggi ad avere una buona specializzazione. Adesso mi sento un un numero, una cifra che non deve essere inserita in quelle liste...chè poi magari oggi non ci sono nemmeno in quegli elenchi ma domani potrebbe capitare a me. Ecco perché sono in piedi qui da ieri e non ho intenzione di andare via. Corretti sono corretti, questo sì. Pagano sempre e puntualmente, non hanno mai sgarrato nemmeno una volta». Il peso passa da una gamba all’altra, le mani restano in tasca e lo sguardo incrocia quello di Maicol Ticchiati, 29 anni, entrato in fabbrica quando ne aveva 19. «Mi padre ha lavorato qui per 40 anni ma io ho avuto il posto dopo un colloquio, non per continuità familiare - dice con una punta d’orgoglio - Era il 2006, anno di crisi anche quello. Mi hanno fatto un contratto di otto mesi più otto e speravo mi tenessero ma mi hanno lasciato a casa. Avevo trovato anche un altro lavoro e se ci penso...Ma mi hanno richiamato dopo un mese e mezzo e la Berco è sempre la Berco, non potevo rifiutare. Nove anni dentro e specializzazione alle macchine a controllo numerico. Adesso l’azienda non vuole più investire su di noi ed è dunque evidente che vuole chiudere». I nomi e cognomi dei 331 lavoratori di Copparo e dei 34 di Castelfranco Veneto, scritti nero su bianco su fogli che molti vorrebbero avere in mano e nello stesso tempo mai vedere per i quali l’azienda ha respinto la richiesta di ritiro o sospensione della procedura di mobilità. «Sono un saldatore - racconta Enrico Cirelli - La Berco è sempre stata il mio punto di riferimento. Da piccolo volevo lavorare in azienda, da adolescente anche e alla fine ci sono entrato davvero. Sono di Copparo, abito qui vicino e qui si cresce, o si cresceva, con il miraggio del posto in fabbrica. Alla fine ce l’ho fatta davvero. Ho impresso nella mente il mio primo giorno, ma anche tutti gli altri». «È una tragedia - fa eco Michele Pavani - Non si capisce davvero perché si stiano comportando in questo modo, perché non accettino di sfruttare le risorse dello Stato, perché abbiano presentato un piano farlocco. Io, a questo punto, dico che forse non ne hanno un’idea. I dipendenti che prendono meno di tutti hanno aumentato la redditività, ci hanno responsabilizzato molto di più calandoci lo stipendio. Perché adesso questa chiusura?».
Daria Leoni lavora in Berco. Anche suo marito è impiegato nell’azienda. «Abbiamo un figlio all’Università, fa Economia. Più volte, in passato, ci siamo convinti che il nostro posto qui potesse in qualche modo garantire un futuro anche a lui. Poi magari sceglierà di fare altro e della Berco gli importerà nulla, ma noi da genitori ci speriamo sempre in un posto fisso. Se ho paura? Sì, molta. Se ci licenziano perdiamo il posto in due e abbiamo un’età strana, rimettersi in gioco è impossibile. Vedremo. Se non sarà domani, ci troveremo a lottare anche l’anno prossimo o tra due anni».
La Berco dà da mangiare. Se non a tutti, almeno a 1.500 persone che diventano il doppio se non il triplo perché dietro alla Berco ci sono 1.500 famiglie che da tempo non dormono sonni tranquilli.
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