Fondi a Camelot, indagati due dirigenti di Comune e Asp
Svolta nell’inchiesta sugli appalti: l’ipotesi di reato è abuso d’ufficio
FERRARA. L’inchiesta sul caso Camelot è chiusa, il lavoro di procura e guardia di finanza concluso, adesso occorre verificare le ipotesi d’accusa che sono state delineate. Per questo motivo, sull’indagine relativa agli affidamenti milionari dei fondi statali per l’accoglienza e l’emergenza profughi nel Ferrarese sono stati indagati due dirigenti, rispettivamente una funzionaria del Comune di Ferrara e un ex dirigente Asp (Azienda servizio alla persona). Gli avvisi di garanzia per il reato di abuso d’ufficio sono in corso di notifica e contengono l’invito a rendere interrogatorio davanti a magistrati e polizia giudiziaria, nella data fissata per le prossime settimane.
Le ipotesi di reato che vengono contestate ruotano attorno all’affidamento diretto deciso da Comune e Asp a Camelot, perché i due dirigenti - da quanto si apprende - avrebbero violato le disposizioni del codice degli appalti. Più semplicemente, avrebbero dovuto non concedere direttamente alla coop Camelot i finanziamenti bensì avrebbero dovuto seguire dal punto di vista tecnico la procedura di assegnazione del cottimo fiduciario: procedura veloce che permette di agire anche nell’emergenza che però obbliga ad invitare altre realtà del settore, concorrenti. Da quanto la Nuova Ferrara ha appreso, occorre tuttavia la massima cautela in quanto si tratta al momento di una “incolpazione provvisoria” che potrà evolvere solo dopo aver ascoltato i due dirigenti indagati.
Gli inquirenti - coordinati dal pm Stefano Longhi -hanno valutato vi siano elementi da chiarire a riguardo delle posizioni dei due dirigenti pubblici, e per farlo hanno inviato loro avviso di garanzia per abuso d’ufficio contestuale all’invito all’interrogatrio: qui, potranno spiegare i meccanismi che li hanno portati a decidere nel modo diretto - ritenuto del tutto errato e inadeguato - alla luce delle regole imposte dalla legge italiana sul codice degli appalti pubblici. L’inchiesta è in corso da oltre un anno e aveva subito una brusca accelerazione dopo i rilievi mossi dall’Anticorruzione di Raffaele Cantone al Comune di Ferrara, al quale aveva chiesto proprio di rivedere (come poi accaduto, con la revoca) le procedure d’affidamento a Camelot sui servizi di accoglienza dei migranti, perché non in libera concorrenza. Anche se ricordiamo, la nuova procedura, corretta, portò ad assegnare alla stessa Camelot servizi e appalti.
Trattandosi di denaro pubblico, la verifica di procura e finanza è più che dovuta e doverosa: si tratta di valutare se vi siano aspetti di rilevanza penale in una materia che ha avuto già da tempo sviluppi di natura amministrativa in quanto parallelamente è seguita dagli inquirenti ferraresi un’altra indagine alla Corte di conti con l’ipotesi di danno all’erario. L’inchiesta dicevamo è giunta ormai alla sua conclusione: prima della chiusura però bisogna seguire il principio adottato per anche altre indagini importanti (Carife) per cui prima di arrivare all’atto di fine indagine, occorre che le persone indagate siano sentite, messe nelle condizioni di poter dare chiarimenti sulle accuse ipotizzate. Un modus operandi sottolineato più volte dal procuratore capo Bruno Cherchi che non più tardi di un anno fa spiegava alla stampa, riferendosi al chiacchiericcio degli esponenti della politica nostrana, che «nessuno ha chiesto di essere sentito nè ha segnalato fatti precisi».
A questa fase di pre-chiusura dell’inchiesta, procura e finanza sono arrivati studiando carte e valutando posizioni: ora toccherà ai due dirigenti indagati dare spiegazioni sul loro operato.
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