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«Rosy ci ha indicato la casa da rapinare»

«Rosy ci ha indicato la casa da rapinare»

Il capo della banda, Pajdek, accusa la mamma di Patrik Ruszo: quando arrivammo era affacciata alla finestra e fumava

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«È stata Rosy a segnalarci la casa di Tartari. Ci ha detto che dovevamo andare lì a rubare perché lui viveva da solo, teneva degli ori e c’era una cassaforte». Fino a questo momento Sivakova Ruzena, detta Rosy, era rimasta ai margini dell’inchiesta per la rapina e l’omicidio di Pierluigi Tartari, sospesa tra il ruolo della mamma delusa e quello dell’ispiratrice del colpo.

A chiamare in causa la madre di Patrick Ruszo - il ventenne ora a processo insieme a Constantin Fiti per l’omicidio del pensionato di Aguscello - ci ha pensato ieri Ivan Pajdek, il “capo” della banda già condannato a 30 anni in abbreviato. Dalla sua lunga deposizione all’udienza di ieri, Rosy emerge anzi come una figura tutt’altro che marginale all’interno del sodalizio: li ospitava nella casa dell’anziana che assisteva come badante, proprio accanto alla villetta di Tartari; nascondeva la merce proveniente dai numerosi furti prima che prendesse la via della Slovacchia; e, appunto, ha fornito loro la “dritta” sulla casa di Aguscello da svaligiare.

Oltre alla villetta di Tartari, ha ammesso ancora Pajdek, Rosy aveva segnalato anche la casa del fratello Marco, a un centinaio di metri di distanza. Era stata proprio la banda, un paio di mesi prima della tragedia, a svaligiare i garage dei due fratelli, portando via una bicicletta e vari attrezzi. Refurtiva puntualmente consegnata a Rosy che «sapeva che era roba rubata, e sapeva anche dove». Un’altra volta avevano provato anche a casa di Marco, ma il latrato di un cane li aveva fatti scappare. Pajdek aveva conosciuto Fiti in carcere, nel 2014. Nel gennaio del 2015, tornato in libertà, aveva conosciuto anche Patrick. «Vivevamo di furti», ha detto Pajdek, «Rosy un giorno ci disse: “Non serve andare tanto in giro, conosco io una casa qui attaccata”, ed era quella di Tartari». In quel periodo «Fiti aveva bisogno di soldi, litigava sempre con la sua ragazza, e alla rapina ha preso parte anche lui». Rosy, secondo il racconto di Pajdek, la notte della rapina mortale è stata testimone perfettamente consapevole della tragedia. «Quando siamo arrivati era alla finestra che fumava, con la luce spenta. Ci ha visti e noi abbiamo visto lei. Mi ha visto anche quando sono uscito per andare a fare i prelievi con il bancomat di Tartari. Non so se ci ha visti mentre lo portavamo fuori, ma sentiva tutto attraverso il muro, poi ci disse che avevamo fatto troppo rumore».

In ogni caso, quando la sera del 9 settembre la banda va a casa Tartari, è pronta a tutto. L’idea era quella di colpire in una casa vuota «ma se non succedeva il furto - ha spiegato Pajdek nel suo italiano un po’ stentato - succedeva la rapina». Con sè dunque avevano calze di nylon per coprirsi il volto, nastro adesivo e fascette da elettricista per legare la vittima. Ma perché portarlo al casolare? Ha chiesto il giudice Landolfi. «Perché pensavamo di tornare con calma il giorno dopo per cercare la cassaforte», è stata la prima, poco convincente, risposta. Poi l’ammissione: «Perché tutte le altre volte non era mai successa una cosa così brutta, non c’era mai scappato il morto». Incalzato dall’accusa pubblica (pm Di Benedetto) e privata (gli avvocati di parte civile Gallerani e Forlani), Pajdek è così tornato su un altro punto controverso, oggetto di numerose contraddizioni: Tartari era ancora vivo quando fu portato al casolare ? Durante l’abbreviato Pajdek aveva detto che «si muoveva e si lamentava ancora». Ieri all’inizio della deposizione aveva ripetuto che «Fiti ci riferì che arrivati al casolare Tartari si lamentava, e che ci avrebbe pensato lui a farlo tacere». Meno di due ore dopo un’altra versione: «No, a casa non si muoveva più, al giudice avevo detto una cosa non vera, perché pensavo che mi convenisse». Sulle altre rapine contestate alla banda, però, Pajdek ha fatto scena muta, e alle domande dell’avvocato Bova (difesa Fiti) ha opposto la facoltà di non rispondere. Fiti ieri era l’unico imputato in aula. Ruszo è rimasto in cella lamentando un forte mal di denti. Il suo difensore, l’avvocato Micai, aveva invocato il legittimo impedimento: richiesta respinta dal giudice Rizzieri poiché il medico del carcere aveva certificato la sua capacità ad assistere all’udienza. Il processo prosegue il 2 dicembre.

Alessandra Mura

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