«I miei quattro lunghi anni di calvario»
Don Margutti è innocente, la Cassazione ha respinto anche il ricorso civile presentato dalla famiglia del bambino
Don Andrea Margutti non è colpevole di pedofilia. Lo ha sancito definitivamente la Cassazione, respingendo il ricorso promosso ai fini civili dai genitori del minore, perché ritenuto “inammissibile”. La sentenza pronunciata il 20 ottobre dalla Suprema Corte chiude la lunga vicenda giudiziaria cominciata nel 2012, quando il padre del bimbo accusò il sacerdote di aver molestato il piccolo durante una festa di compleanno. Nel 2014 don Margutti era stato condannato in primo grado a un anno e quattro mesi, ma nel 2015 i giudici dell’Appello avevano poi rovesciato completamente la sentenza, assolvendo il sacerdote e bollando come “molto implausibili” le accuse del padre, al punto che anche il procuratore generale aveva chiesto l’assoluzione. Spazzato via l’aspetto penale, i familiari del bimbo avevano puntato sul risarcimento, ricorrendo in Cassazione solo ai fini civilistici: ora il rigetto del ricorso ha messo la parola fine a questa lunga pagina giudiziaria, ma resta il dolore di chi si è sentito infangare proprio da coloro che aveva accolto e aiutato.
Don Margutti, cosa resta dopo questi quattro anni tormentati?
«Ho sofferto e vissuto un calvario. Essere condannati per pedofilia ti cambia, non sono più quello di prima. Ma non ho mai perso la fede, nè la volontà di esercitare il sacerdozio».
La Curia ferrarese l’ha sospesa a divinis. Ora che la sua assoluzione è a tutti gli effetti definitiva, si aspetta di essere reintegrato?
«Purtroppo dietro la sospensione a divinis ci sono anche altri problemi, causati da una campagna denigratoria mossa da chi mi vuole male allo scopo di screditarmi agli occhi della Diocesi. A queste infamie ho reagito difendendomi in tribunale: sono in corso due processi, uno per calunnia ed estorsione, e un secondo per diffamazione, nei quali sono parte lesa. E sono certo che prima o poi i miei problemi si risolveranno, perché io ho il Signore dalla mia parte, mentre gli altri hanno scelto il Demonio».
Per quale motivo la persona che l’ha denunciata l’avrebbe accusata ingiustamente di un reato tanto infamante?
«Era una famiglia bisognosa che avevo accolto. Quando non è stato più possibile tenerli in parrocchia li ho ospitati a casa mia: loro al piano terra e io al piano superiore. Per un po’ siamo stati in armonia, poi a un certo punto il padre mi ha proposto di andare dal notaio per farsi intestare la casa. Bisogna aggiungere che io in quel periodo ero molto provato perché era appena morta mia madre, e mi sentivo molto solo e sconvolto. Sarà per questo che hanno pensato di potermi imbrogliare. “Se ci vuoi bene devi andare dal notaio”, mi dicevano. Invece ho rifiutato: “vi assicuro vitto e alloggio, pago le bollette, credo di avervi già dimostrato di tenere a voi, ma regalarvi la casa proprio no”. E da quel momento tutto è cambiato».
Cosa è successo?
«Il padre ha cominciato a trattarmi male, a comportarsi sempre peggio. E quando ha ricevuto la raccomandata con la richiesta di lasciare la casa, mi ha accusato di aver fatto quelle cose».
È stato anche ricattato. In che modo?
«Con la minaccia di andare a dire a tutti che molestavo il bambino e che ero omosessuale. Io non pensavo che arrivasse a tanto. Purtroppo l’ha fatto. Ed è cominciato l’inferno».
Hanno cercato di portarle via la dignità.
«Volevano togliermi la stima della gente, ma la mia vita è sempre stata pulita. Sono diventato sacerdote tardi, nel 2008 a 58 anni, dopo aver insegnato per 31 anni ragioneria al Vincenzo Monti e tenuto uno studio da commercialista. In tutti questi anni, trascorsi a fianco dei giovani, mai un appunto, mai un problema. E in tanti lo hanno capito».
Come hanno reagito i suoi parrocchiani?
«Sono stati molto buoni e gentili con me. In questi anni ho continuato a ricevere telefonate, messaggi, inviti, regali di Natale. Ho avuto grandi dimostrazioni di solidarietà dai miei ex colleghi insegnanti, così come da tanti miei studenti che incontravo quando andavo in banca: “Prof, come può essere capitata una cosa del genere proprio a lei?”, mi chiedevano abbracciandomi. Tutto questo mi ha dato molto coraggio e la forza di andare avanti».
Ha anche ricevuto manifestazioni di segno opposto?
«Non in modo esplicito. Non sono mai stato insultato, a parte le offese dei commentatori sulla pagina facebook del mio accusatore. Però ci sono stati amici di vecchia data che dopo la condanna in primo grado sono spariti».
Adesso come si sente?
«Sono tranquillo perché la verità alla fine è venuta fuori. Per questo volevo ringraziare tantissimo il mio avvocato, Claudio Maruzzi e tutto lo staff legale che mi ha supportato e continua ad assistermi. Del mio difensore non ho apprezzato solo la professionalità, ma soprattutto il fatto che fin da subito ha avuto fiducia in me. Quando, dopo essere stato denunciato, sono andato nel suo studio e gli ho esposto i fatti, alla fine mi ha detto: “Lei è innocente, credo a tutto quello che dice”. Per me è stato importante. Mi ha sostenuto anche la fede, e la consapevolezza, come scrive Manzoni, che “a Dio non la si fa”».
Alessandra Mura
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