La Nuova Ferrara

Ferrara

Condannato a 8 anni il marito-padrone

di Daniele Predieri
Condannato a 8 anni il marito-padrone

La moglie denunciò violenze sessuali, minacce di morte e di sfregio con l’acido, ieri la sentenza che fa giustizia di un incubo

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La nuova vita di Shehla è cominciata tre anni fa, nel giugno 2013, quando decise di lasciare il marito-padrone che, come dicevano i loro tre figli ai parenti «papà litiga sempre con la mamma e ci picchia». Quel marito-padrone arrivò anche a tentare di uccidere il 4 ottobre di quello stesso anno chi proteggeva Shehla, ospitandola in casa, suo cognato, il marito di sua sorella,: Alì Nazaqat, pakistano come tutti i protagonisti di questa vicenda, che si è consumata a Ferrara, al Barco, oggi è in carcere per scontare 10 anni per quel fatto. Ma dovrà passarne tanti altri, altri 8 anni in carcere, per condanna che ieri il tribunale di Ferrara ha deciso contro Alì, per le violenze sessuali su Shehla, sulle minacce di morte e di sfregio con l’acido, maltrattamenti e per la sottrazione dei suoi figli che Alì sequestrò e portò in Pakistan, lontano dalla madre-moglie che voleva più essere non un oggetto di quel marito-padrone.

Ieri nell’aula del tribunale c’era solo Shehla, non Alì. Non poteva non esserci, lei che si è riscattata e ha trovato il coraggio di denunciare il marito-padrone, con quello stesso «coraggio avuto nell’andare a riprendersi i figli in Pakistan», ha sottolineato il pm Stefano Longhi nella sua lunga, intensa e convincente richiesta della stessa pena poi inflitta. Con Shehla c’era il suo avvocato Stefania Guglielmi, parte civile non solo per lei, anche per il Centro Donne e giustizia di Ferrara: «Questo processo ha portato i giudici a decidere un importante pena, ma soprattutto ha riconosciuto a Shehla i danni non solo patrimoniali (40mila euro, ndr) così anche al Centro (15mial euro, ndr)». Un verdetto che l’avvocato non esita a definire storico: «Perchè la giustizia sta cambiando su questa materia, così la sensibilità dei giudici, soprattutto quella del pm Longhi manifestata nella sua requisitoria». Luci sì, ma ombre sulla difesa dell’imputato, gli avvocati di quel marito-padrone perché spiega la Guglielmi, «ancora oggi si tenta di screditare la donna vittima di questi reati. E’ un vecchio schema che punta alla non credibilità della donna, al principio che se è successo, se l’è cercata». Per anni invece Shehla ha sopportato, quel marito-padrone, che la sequestrava in casa, la picchiava davanti ai figli, la minaccia di sfregiarla con l’acido (una “usanza” ancora in auge tra India e Pakistan e non solo, anche in Italia). L’avvocato Gugliemi vuole però riflettere sulla posizione del Centro Donna e giustizia che ha avuto un ruolo fondamentale nella nuova vita di Shehla. Il Centro non convince chi si affida ai suoi servizi a denunciare: «non fa denuncia al posto della donna». Come invece la difesa di Alì aveva sottolineato parlando del comportamento del marito-padrone. «Posso dire che in questi casi sarebbe opportuno cambiare strategia, ci si limiti a difendere gli imputati senza mettere in cattiva luce le donne». La donna di questo processo, Shehla ha trovato il coraggio di denunciare tutto, solo dopo tanti anni. E’ vero, ma oggi finalmente può riprendersi in mano la vita che il marito-padrone le ha rubato.

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