Marito-padrone condannato «Una sentenza importante»
Udi e Centro Donne Giustizia dopo il processo per violenze e abusi sulla moglie «Noi c'eravamo perché quella donna l'avevamo ospitata, assistita e “liberata”»
Il marito-padrone è stato condannato a 8 anni di carcere per violenze e maltrattamenti sulla moglie (oltre ai 10 che sta scontando per il tentato omicidio del cognato di lei, colpevole di averla protetta e ospitata in casa), in un processo che si è concluso mercoledì’ scorso, al quale era presente il Centro Donne Giustizia nel ruolo di parte civile, a sostegno della moglie abusata. E oggi proprio il Centro e l’Udi Ferrara plaudono a questa sentenza «una sentenza importantissima - spiegano in una nota - perché non solo dà il giusto riconoscimento al lavoro del Centro Donna Giustizia ma anche perché accoglie una lettura dei fatti che denota la conoscenza di cosa è la 'violenza domestica'».
«Noi c'eravamo al processo - spiegano Udi e Centro - perché quella donna l'avevamo ospitata, assistita e accompagnata nel percorso di liberazione da quella situazione». «Noi c'eravamo - aggiungono - perché il Centro donna giustizia si è costituito parte civile e il Tribunale di Ferrara, che ha accolto quella richiesta, e al momento di pronunciare la sentenza di condanna a carico del marito ha riconosciuto anche a nostro favore il risarcimento del danno non patrimoniale liquidato in euro 15.000 euro». Per questo motivo «esprimiamo la nostra soddisfazione - sottolineano - convinte che il lavoro culturale di sensibilizzazione, che conduciamo da anni insieme all'Udi, possa produrre risultati tangibili a favore di tutta la popolazione, donne e uomini». Perchè spiegano Udi e Centro, entrando nel merito del processo, «vi è una diffusa convinzione che i tribunali non siano luoghi preparati a gestire con le giuste parole ed il giusto atteggiamento i casi di violenza sulle donne». Perchè in queste sedi, nelle tesi difensive, «permane la pratica di distrarre l'attenzione dalle responsabilità dell'imputato puntando tutto sulla inattendibilità della vittima, la donna di turno». «Sappiamo benissimo - sottolineano - che questa è la strategia tradizionalmente preferita dai difensori degli imputati e che spesso, proprio per evitare il cosidetto 'secondo stupro', le donne sono indotte a non denunciare». «Ma forse qualcosa è cambiato», grazie anche alla sentenza del tribunale di Ferrara.
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