«Nessuno ci avvisò, ora causa allo Stato»
La vedova Margherita: dopo 27 anni ci è stata tolta la possibiltà di ottenere giustizia e avere la verità sulla morte di Luciano
«Tutti noi, io, mio figlio e Paolo l’altro figlio di Luciano siamo incavolati, perché praticamente dopo 27 anni ci è stata tolta la possibilità di avere giustizia»: se potesse userebbe altre parole per manifestare la sua rabbia, Margherita Forlani, vedova di Luciano, il commercialista ferrarese ucciso il 21 dicembre 1989 senza mai sapere perché il marito è stato ammazzato con tre colpi di pistola nel Padovano. Margherita è però una signora gentile che ha sopportato tanto e sopporta ancora. Anche ciò che ha letto ieri mattina sulla Nuova Ferrara, lo stop alle indagini sull’omicidio del marito perché le prove sono state distrutte.
«Mio figlio Daniele - racconta - mi ha chiamata dalla Cina dove è per lavoro e tutti siamo senza parole: quel giudice che ha fatto distruggere le prove nel 2005 ci ha tolto la possibilità di avere una verità sulla sua morte e adesso non so cosa si possa fare. So solo che nessuno ci ha mai contattati, potevano farlo (dovevano, secondo il codice, notificare l’ordinanza di distruzione dei corpi di reato alle parti lese, ndr), almeno per dirci se volevano indietro i vestiti di mio marito, anche per ricordo, invece di distruggere tutto».
Adesso, però, visto che non siete stati avvertiti all’epoca ci sarebbe uno spiraglio: «Sì, lo sappiamo ed è quello che vogliamo fare, far causa allo Stato per la decisione di quel giudice: noi speravamo chiedendo la riapertura che le prove raccolte allora non fossero state alterate dal tempo (27 anni fa, dal momento in cui vennero repertate le tracce biologiche, durante il sopralluogo della scientifica, ndr). Chissà, pensavamo con l’avvocato che potessero anche esser state conservate male, e dunque inutilizzabili, ma adesso sappiamo che è accaduto di peggio».
Adesso, resta la scappatoia di fare causa allo Stato: «Lo Stato aveva il dovere, lo Stato mi doveva dire almeno come è morto Luciano: io, noi suoi familiari avevamo e abbiamo il diritto di sapere cosa gli è successo». «Per questo - sottolinea - vogliamo avviare questo contenzioso con lo Stato perché il giudice, quantomeno e a nostro parere, ha peccato di negligenza, non ci ha contatto nessuno, ci hanno danneggiato». E ora? Ora restano eventuali sviluppi che potrebbero nascere dagli ambienti investigativi, anche se è opportuno dirlo a chiare lettere, senza prove tecniche, un reperto di Dna delle tracce biologiche prelevate sul luogo dell’omicidio che possa inchiodare un eventuale sospetto o indagato, difficilmente si potrà riaprire di nuovo il caso. Occorre dire che se formalmente non era stato riaperto il caso (occorre vi sia una richiesta delle parti o dell’accusa) altrettanto formalmente il caso non è chiuso: dunque, l’indagine resta aperta. Ma resta l’amarezza: per Margherita Forlani che diversi mesi fa, quando si ipotizzò di nuovo l’indagine contro Renato Rossi, da sempre indicato come il sospettato per la morte di Luciano Forlani, diceva con la certezza di chi sente le cose, ma non può provarle: «Ieri come oggi ha fatto la stessa cosa, identica, ci sono sempre i soldi di mezzo, i debiti». Alludeva a Renato Rossi che nel febbraio scorso aveva ucciso un consulente, nel Padovano. Anche Margherita aveva visto analogie tra i due delitti. Renato Rossi doveva tanti soldi a Luciano Forlani, era un suo cliente, e quel giorno di 27 anni fa dovevano incontrarsi per affari. «Ho letto che Rossi - chiude Margherita - dice di esser stato 70 km distante da dove hanno ucciso Luciano: ricordo come ieri la telefonata di Rossi, quel giorno, il 21 dicembre 1989, che chiamava da Sottomarina (Chioggia, ndr) perchè Luciano non arrivava ancora: chissà quante cose conosce Rossi e non si potrà mai più chiedergli».
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