Tresigallo contro i vandali Perelli: «Non ci sono alibi»
Il vicesindaco alle famiglie: aiutateci a controllare un fenomeno preoccupante E ai ragazzi: fin che si può si perdona, ma chi è recidivo deve essere punito
TRESIGALLO. Mirko Perelli, vicesindaco di Tresigallo. Troppi atti vandalici in paese. Il Comune cosa fa?
«Il Comune può certamente fare la sua parte, ma non da solo».
Quando allude ad una seconda “parte” a chi pensa?
«Soprattutto alle famiglie che, per molti versi, sono il fulcro delle relazioni che i nostri giovani instaurano poi nella società».
L’escalation di atti vandalici (prima all’ex ospedale Boeri, ora al campo di calcetto) quanto la preoccupa?
«Mi preoccupa molto. Quando nel tempo, un tempo peraltro abbastanza ristretto, si ripetono fatti di questo genere, un Comune non può non preoccuparsi».
Lei è vicesindaco e sulle questioni legate alla sicurezza ha anche una sua personale competenza. Che idea si è fatto?
«Ho letto sulla Nuova Ferrara di noia, noia come probabile origine di questi malesseri e di conseguenza di questi fatti».
Non la convince?
«No. A non convincermi è la correlazione noia-vandalismi. La noia non diventi un alibi».
Nè alibi, nè scusante. Giusto?
«Nessuno dei due. Se commettessimo l’errore di considerarli alibi o scuse, non faremmo certo il bene dei ragazzi».
Torniamo all’inizio. Cosa può fare il Comune?
«Noi siamo rivolti ai giovani, siamo dalla loro parte. Il Comune è con loro. Per essere concreti: sport, progetti di coinvolgimento dei giovani in attività di gruppo, nuovi eventi, il tutto sperando di essere interessanti per questi giovani».
E se non lo foste?
«Non va comunque mollata la presa».
Pensa che tra i ragazzi ci sia una sorta di auto protezione?
«C’è senza dubbio, ed è normale a quella età. Ma c’è una linea oltre la quale una società giusta non può andare. E neanche noi amministratori».
Quale linea?
«I balordi vanno isolati, certo. Ma ai ragazzi che si rendono responsabili di atti vandalici va anche spiegato che “coprire” un coetaneo non significa fargli del bene, perché un giorno, molto probabilmente, quel coetaneo avrà problemi con la giustizia e con le forze dell’ordine».
E il ruolo delle famiglie?
«Fondamentale, ripeto. Stiamo cercando di dialogare con i genitori di questi ragazzi. In tutte le forme: dalla semplice telefonata ai momenti di incontro. A volte è facile, a volte meno. Ma è la strada da percorrere».
Fino a quando si deve perdonare?
«Fino a quando è giusto farlo, non c’è una regola. Certo, non per sempre. Chi è recidivo alla fine va punito».
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