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Crac Coop da studiare per Carife

Crac Coop da studiare per Carife

Le motivazioni dei giudici di Cassazione, gli atti verranno acquisiti dalla procura

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La storia giudiziaria del crac Coopcostruttori degli ultimi 13 anni va cancellata, in parte, per colpa dell’ «oscuro ossimoro» della «ragionevole certezza»: perchè - hanno scritto i giudici prima d’appello e poi di Cassazione che hanno annullato con rinvio (processo da rifare) - «la certezza o è assoluta o non è certezza».

Tutto riferito ai principi contabili con cui Giovanni Donigaglia e i vertici della Coopcostruttori mettevano a bilancio le voci delle propria attività, con una «pretesa reddituale maturata»: non erano soldi in cassa, ma in ipotesi da incassare. Principi che i vertici di Costruttori applicavano prima del 2003, anno del crac, ed erano corretti. Ma i giudici che si sono susseguiti dal 2013 in poi condannandoli, li hanno filtrati con nuovi principi e leggi, che valgono oggi ma non possono essere contestati per situazioni di ieri, di 20 anni fa. Per questo motivo il falso in bilancio, che era lo “scheletro” del processo, cadendo ha fatto crollare tutti (o quasi) i reati che seguivano legati alle Apc (se i bilanci sono veri, lo erano anche queste e si potevano emettere), al dolo nel coprire il dissesto (che non c’è, dunque, nessun inganno ai terzi, fornitori, soci, banche). Sui rapporti con le banche, la motivazione della Cassazione era attesissima, perchè potrebbe aprire, studiandone nel dettaglio il pronunciamento, anche spiragli per l’inchiesta in corso sul crac Carife banca che più finanziava Costruttori: valutazioni che dovrà fare la procura di Ferrara che acquisirà l’atto dei giudici. Un atto che va analizzato ricordando le famose riserve tecniche e tanto altro, voci contabili che i manager di Coopcostruttori iscrivevano a bilancio fino a 800miloni di euro (ultimi bilanci) ed erano accusati di averlo fatto, gonfiando e truccando i conti, mascherando il dissesto. Niente di tutto questo è accaduto. Perchè, ed è questa la verà novità della motivazione dei giudici della Corte di Cassazione che questa estate avevano annullato condanne e ribaltato la sentenza d’appello, ordinando un nuovo processo d’appello che si celebrerà a Bologna davanti alla 1A sezione, è che i vertici di Coopcostruttori non hanno falsificato i propri bilanci. O ancor meglio, chi li accusava non ha indicato come, dove e quando lo avrebbero fatto, riserva dopo riserva, cantiere dopo cantiere. Chi li accusava e li ha condannati, addirittura - sintesi della Cassazione - negò alle difese di acquisire documenti poichè «sia in primo e secondo grado la richiesta fu respinta avendo i giudici di merito ritenuto la superfluità di tali prove». Prove che servivano a Costruttori per dimostrare che le riserve erano ponderate, probabili. Ragionevoli. E non denaro sonante. E così, visto che questa carta d’identità della Coop (i bilanci) era veritiera, i reati collegati che sono seguiti, in primis le varie bancarotte, sono da rivedere. E tutto parte dai falsi in bilancio ritenuti troppo generici: le imputazioni contro Donigaglia e gli altri si concretizzavano - per l’accusa - nell’ aver esposto nei bilanci valori diversi da quelli che «avrebbero dovuto essere iscritti (dissero i giudici di primo e secondo grado)», ma spiega la Cassazione, «non vengono precisati i termini della condotta tenuta nè quelli della condotta dovuta». E così, il processo al crac Coopcostruttori diventa sempre più un caso giudiziario da far studiare nelle facoltà di giurisprudenza, con tecnicismi altissimi di legge fallimentare. Esposti copiosamente dai giudici della Cassazione nelle motivazioni, sostenendo le argomentazioni delle difese, soprattutto quella tecnica di Ricci Maccarini: «Hanno ragione sul fatto che tutto ciò porta ad una forzatura interpretativa dovuta ad una definizione di ragionevole certezza che non compariva nel testo in vigore all’ epoca dei fatti». Tutto giusto in punta di diritto, è vero: ma chi va spiegare l’«oscuro ossimoro» alle migliaia di ex soci che hanno perso tutto: soldi, fiducia e vite?

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