«Sarò il presidente di tutti voi»
Primo discorso del vincitore: ora dobbiamo sanare le divisioni e costruire alleanze, non cercare conflitti
WASHINGTON. Donald Trump, eletto martedì notte presidente degli Stati Uniti, verrà ricevuto oggi dal presidente in carica, Barack Obama. Una tradizione che si ripete ogni quattro od otto anni al cambio della guardia per iniziare il processo di transizione da un capo della Casa Bianca al successivo. «Farò di tutto per assicurarmi che con successo il prossimo presidente prenda possesso dei poteri», ha detto ieri Obama, ricordando che otto anni fa l’amministrazione Bush fece lo stesso con lui nonostante le profonde differenze politiche.
«Mi impegno con ogni singolo cittadino del nostro Paese a essere il presidente di tutti gli americani, una cosa che per me è molto importante» aveva detto alcune ore prima Trump nel suo intervento dopo la vittoria. «Desidero che la comunità internazionale sappia che, anche se metteremo sempre gli interessi americani per primi, tratteremo in modo equo con tutti gli individui e tutte le nazioni. Cercheremo punti in comune, non ostilità; alleanze, non conflitti».
Quantomeno a parole la vittoria di Trump è stata accolta con dignità e rispetto per le istituzioni: un discorso conciliatorio da parte di Hillary Clinton, messaggi rincuoranti da parte del battagliero speaker della Camera Paul Ryan, parole sagge da Obama e perfino un tweet di congratulazioni da parte di George Bush padre.
Ma dietro alla cordialità formale c’è un’America che sta vivendo sconcertata. Martedì, mentre milioni di americani andavano alle urne erano stati diffusi i dati di dodici sondaggi. A eccezione di uno che dava a Trump due punti di vantaggio, gli altri prevedevano che Clinton si sarebbe aggiudicata la Casa Bianca. Erano sondaggi che andavano da un cauto più 2 per cento fino a un solido margine del 5 per cento. Nulla faceva pensare che per lei il risultato elettorale sarebbe stato devastante. Il team Clinton aveva prenotato l’enorme padiglione del Jacob Javits Convention Center per ospitare il “victory party” con fuochi di artificio sul fiume Hudson. Prevista anche una spettacolare frantumazione di parte del tetto di vetro del centro-convegni come simbolo di quel “soffitto di cristallo” che fino a ora non ha permesso a una donna di ottenere il massimo incarico politico al mondo.
Sul versante Trump non erano state previste celebrazioni. Anzi, un raduno sottotono in un salone di medie dimensioni di un grande albergo. Ironicamente per la prima volta in settant’anni ambedue i candidati alla presidenza erano a New York. Bisogna risalire al 1944 quando il repubblicano Dewey sfidò il democratico Roosevelt. La notte delle elezioni entrambi i candidati erano a New York.
Uno dei luoghi in cui i newyorkesi erano convogliati a seguire la notte elettorale era l’auditorium del New York Times. Per due ore sul palcoscenico si erano alternati decine di giornalisti politici, il direttore responsabile, l’editore e alcuni importanti uomini politici. Nessuno dava la vittoria di Clinton per scontata, ma fra le righe si coglieva la sensazione che la notte sarebbe terminata con l’incoronazione di Hillary.
Verso le 20 erano sorti i primi dubbi. Dopo i risultati in Florida un giornalista del Times aveva indicato che sarebbe stata una notte di lunga attesa: l’esito del voto lungo la costa atlantica non sarebbe stato sufficiente per assegnare la vittoria a Hillary. Tempo un’ora e l’atmosfera si faceva gelida al Javits Center mentre si scaldava nel salone dell’Hilton con l’inaspettata performance elettorale di Trump. Alle 23 centinaia di migliaia di persone radunate a Times Square guardavano ammutolite i numeri che apparivano sugli schermi dei network. All’una di notte si era dissipato ogni dubbio: 228 voti elettorali per Clinton contro i 290 per Trump, che aveva così superato il magico numero di 270. La democrazia si era pronunciata. Trump era il quarantacinquesimo presidente americano.
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