Fassino: «Se vince il No sarà la Brexit italiana»
L’esponente Pd al Ridotto per spiegare le ragioni della riforma costituzionale «Una bocciatura porterebbe instabilità. La legge elettorale? È fuori tema»
«Pare che se uno è di sinistra non può che votare No. Ma questo non sta scritto da nessuna parte. L'opposizione a questa riforma è poco comprensibile, quasi ideologica».
C'è un Pd diviso sul referendum costituzionale e Piero Fassino, ieri al Ridotto del Teatro Abbado, prova a mettere in fila gli argomenti del Sì. Rifacendosi al passato remoto e a quello più recente. «I contenuti della riforma - dice l'ex segretario Ds - appartengono a una lunga cultura istituzionale della sinistra. Di abolizione delle province parlò per primo La Malfa, e Berlinguer si disse pronto alla sfida. Quanto al passaggio dal bicameralismo paritario a quello a competenze differenziate, faceva parte dei punti di tre mie relazioni ai congressi Ds e poi al programma dell'Ulivo del 1996 e poi del 2006».
L'obiettivo primario è l'accelerazione del procedimento legislativo, non quello dei risparmi perché «è un argomento svilente, non ne parlerei nemmeno: ho sempre contrastato l'idea che la politica non deve costare, è una sciocchezza».
Per Fassino sul piatto del quesito va tolto l'argomento legge elettorale, che come noto è ciò su cui Bersani basa il proprio dissenso: «Non è oggetto di consultazione, la stessa formula “combinato disposto” è inventata, non c'è nesso. Evidentemente chi ne parla non ha ragioni forti a sufficienza per il No». L'intervista condotta dalla giornalista Monica Forti scorre senza sussulti; la platea non si scalda, la sala è piena ma non stipata come quando un mese fa qui parlò D'Alema. Peraltro mai citato, solo evocato nelle vesti di ex presidente della Bicamerale: «Il testo che uscì da quella commissione - ricorda Fassino - era molto più radicale e a differenza di quello, l'attuale riforma non aumenta i poteri del premier».
L'ex sindaco di Torino non regala una nuova profezia delle sue, in scia a quelle del non previsto boom di Grillo e della vittoria ai suoi danni della Appendino; insomma, nessun «il No convochi un referendum e vedremo quanti voti prenderà», per dire. Molto serio è piuttosto quando evoca i potenziali rischi di una vittoria di quel No: «Sarebbe destabilizzante. Bersani dice che il referendum è un problema solo italiano: non è così. C'è una lettura su scala internazionale che lo paragona alla Brexit».
Ecco i nodi dei populismi e di Trump, contro i quali «la risposta non è tornare a ieri - sostiene Fassino -. Il No ha una logica puramente difensiva, però la realtà non si governa difendendosi bensì gestendo il cambiamento». Nessuna paura di stare il 4 dicembre dalla stessa parte delle banche, di Confindustria e di Marchionne, perché «solo avendo rapporti con i ceti forti e anche tutelandoli, si riesce poi a difendere i deboli». Con tanto di citazione del Togliatti di “Ceti medi ed Emilia rossa”.
Come voterebbe oggi il Migliore, quello no, Fassino non lo profetizza. Ma in una campagna referendaria che ha già scomodato defunti celebri, non mettiamo limiti alla provvidenza.
Fabio Terminali
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