Il semaforo rosso del governo fermò l’operazione salvataggio
Il decreto salvabanche del 22 novembre 2015 non annientò solo il valore delle azioni (e delle obbligazione) Carife, spazzò via anche l’azione politica imbastita dal Pd ferrarese per favorire il...
Il decreto salvabanche del 22 novembre 2015 non annientò solo il valore delle azioni (e delle obbligazione) Carife, spazzò via anche l’azione politica imbastita dal Pd ferrarese per favorire il salvifico ingresso del Fondo Interbancario (Fitd) nel capitale della banca.
La vicenda che precedette il “salvabanche” viene rammentata anche in un comunicato della Fondazione Carife, che integra quanto il presidente Riccardo Maiarelli ha dichiarato ieri alla Nuova. «Va ricordato - ricostruisce la Fondazione - che nell'autunno 2015 l'Italia era in ritardo nel recepimento della direttiva comunitaria sul bail-in. Pochi mesi prima, a fine luglio 2015, l'assemblea di Carife SpA aveva approvato l'aumento di capitale a favore del Fitd che però era ancora al vaglio della Commissione Europea per la Concorrenza e della Bce».
In quella fase il benestare della Bce all’operazione Carife-Fitd «pareva che potesse essere favorito dal recepimento della direttiva in Italia sul bail-in, che avrebbe avuto effetto dal primo gennaio 2016, cosicché l’urgenza era di mostrare all’Europa la buona volontà dell’Italia, che aveva già subito un richiamo al proposito, ferma restando la diversa soluzione già approvata per Carife».
Il “do ut des” doveva funzionare così: Io Italia adotto il bail-in che va in vigore nel 2016 e tu Europa mi dai l’ok per perfezionare entro il 31 dicembre 2015 la sottoscrizione dell’aumento di capitale Carife da 300 milioni da parte del Fitd. Sui 300 milioni del Fitd pendava infatti la spada di Damocle dell’aiuto di stato, interpretazione ostile che in altri casi, vedi CariCesena, è stata invece benevola assai.
«Pertanto Bratti, Calvano e Marattin in quell’occasione - specifica la nota della Fondazione - si sono interessati a livello parlamentare e governativo per agevolare il recepimento della direttiva europea nella convinzione, da tutti condivisa, che ciò avrebbe sbloccato l’esecuzione del piano deliberato a luglio con l'aumento di capitale a favore del Fitd e la connessa emissione di warrant per i vecchi azionisti. Quanto poi successo nella realtà è stato ben diverso e più sfavorevole rispetto all’obbiettivo che si era inteso perseguire ed è risultata una sorpresa non solo per la Fondazione Carife e per i tre rappresentanti politici, ma per tutti coloro che si erano impegnati per il buon esito della vicenda».
In pratica il “sistema Ferrara” nel suo complesso si mosse nella stessa direzione, che era poi quella indicata dalla stessa Banca d’Italia: sono stati infatti i commissari di Bankitalia Capitanio e Blandini a presentare e far votare ai soci Carife riuniti nell’assemblea del 30 luglio 2015 la soluzione Fitd.
Quando il 4 novembre 2015 le commissioni Finanze di Camera e Senato diedero l’ok al decreto legislativo che recepiva il bail-in sembrava che per Carife si fosse aperta una corsia preferenziale. Tutti semafori verdi per un salvataggio Carife che era a portata di mano e grande soddisfazione nella casa ferrarese del Pd. Ma il corto circuito del 22 novembre - un consiglio dei ministri riunito una domenica pomeriggio - ha cambiato colore ai semafori fermandoli sul rosso. Il destino di Carife, che fino al giorno prima viaggiava per conto proprio, è stato legato a quello di Banca Etruria, CariChieti e Banca Marche. Il perché resta ancora un mistero.
Marcello Pradarelli
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