La Nuova Ferrara

Ferrara

l’attività in carcere di don bedin

«Macché buonismo È un percorso di crescita»

«Fin dall’inizio il Papa ha dimostrato nei confronti dei detenuti grande attenzione, confermata ora nella lettera “Misericordia et misera” pubblicata per la chiusura del Giubileo. Da questa sintonia...

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«Fin dall’inizio il Papa ha dimostrato nei confronti dei detenuti grande attenzione, confermata ora nella lettera “Misericordia et misera” pubblicata per la chiusura del Giubileo. Da questa sintonia è nata la volontà dei detenuti di invitare il Santo Padre a Ferrara». Di ritorno proprio dal carcere, dove ha portato i picchetti per costruire una serra, il presidente dell’associazione Viale K Don Domenico Bedin chiarisce, e fa propria, la visione del Pontefice, uno sguardo «non parziale ma che abbraccia il dolore delle vittime che hanno subìto i reati e il percorso interiore dei detenuti».

Il carcere, prosegue don Bedin «È un ambiente che riunisce persone fragili, ancora chiuse in un mondo di violenza: c’è bisogno di mettere in campo spiritualità, creatività e solidarietà per rompere questo cerchio». Don Domenico non vuole sentir parlare di “buonismo”; anche il Giubileo dei carcerati, cui ha preso parte a Roma il 6 novembre, «non è un atto “buonista”, ma di grande responsabilità. Il motivo per cui la società si impegna a offrire occasioni di trasmettere valori e bellezza ai detenuti è che il carcere è il luogo in cui più si annida il male e le sue conseguenze. Il messaggio più importante del Papa, parlando dei detenuti, è proprio questo: non li considera oggetto di pietà, ma protagonisti di un percorso». Le misure restrittive, prosegue don Bedin «vanno perseguite e assicurate, ma devono essere affiancate da attività di formazione che permettano di dare piena applicazione alle misure alternative, perché rappresentano per il detenuto un’opportunità di crescere». Era nato proprio da queste premesse l’appello - ora rinnovato - che don Bedin aveva lanciato alla città, e in particolare al mondo imprenditoriale: «Ci sono detenuti che, usciti dal carcere, hanno una speranza di riscatto solo se trovano opportunità di accoglienza e inserimento lavorativo, altrimenti tutto rischia di essere vanificato. Qualche azienda potrebbe contribuire: se si investe in questa direzione, non c’è ricaduta. C’è chi, una volta fuori, si ritrova perso; qualcuno arriva a dirmi: “don io resto qui perché non so dove andare”».

La città, va avanti il sacerdote, può fare molto anche per i carcerati che stanno ancora scontando la pena. Sono diverse le attività avviate all’Arginone per il recupero dei detenuti. A cominciare dalla scuola professionale, che necessita di cancelleria, libri e tute da lavoro, e proseguire con le attività lavorative che impegnano i detenuti. L’orto e le serre sono già una realtà ma, ad esempio «si potrebbe sfruttare meglio il terreno intercinta - dice don Bedin - Ci sono tre ettari, tra la rete e il muro, che potrebbero essere coltivati e diventare un luogo di lavoro vero e proprio. Però servono macchinari e attrezzature: trattore, fresa, sarchiatore, zappe, sementi. Per ora la raccolta di questo materiale avviene in modo estemporaneo, affidata ai volontari che cercano dove possono. Sarebbe utile rendere i contributi più strutturati, compilando delle liste e facendo appello alla città».(a.m.)

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