«Mai venduto alcol ai ragazzi di 13 anni»
Parla la titolare del locale: «Io capro espiatorio di tanti altri problemi. Gli shottini a 1 euro? Lo fanno tanti altri in città»
Ammette e confessa: «L'unica colpa che posso avere avuto è quella di non aver chiesto, occasionalmente, la carta di identità a tutti i clienti che mi chiedevano alcolici». Ma prende le distanze dalle accuse: «Riguardo allo spiacevole episodio contestato, trovo molte incongruenze da quello che hanno scritto i giornali e i media». E gli shottini a 1 euro? Così fan tutti, spiega alla città che l’ha giudicata: «Io non adescavo nessun ragazzetto con gli shot da 1 euro basta frequentare i locali del centro e notare che la maggior parte di essi offre il servizio degli shot a quel prezzo». E poi l’autodifesa morale: «Non ho mai venduto alcolici a bambini di 12 e 13 anni!»
Dopo quasi una settimana di silenzio, dopo il blitz della polizia che ha portato alla chiusura del suo locale, la titolare del Lobo Loco, la 27enne Maria Antonia G. in una nota diramata attraverso il suo legale Filippo Sabbatani, spiega le proprie ragioni, calibra e argomenta sulla sua posizione, dopo il ciclone che l’ha travolta. La nota è formale, e con essa la titolare dice «respingo fermamente le accuse ingiustamente ricevute». Precisa soprattutto che «il mio locale è frequentato abitualmente da maggiorenni tra cui studenti universitari, studenti Erasmus e lavoratori così come è risultato chiaramente dal blitz della polizia della sera di mercoledì 16 novembre». E quindi spiega perchè il locale è diventato un punto di riferimento dei ragazzini: «Negli ultimi mesi la via del Lobo Loco (via Borgo di Sotto, angolo via Paglia) è diventata ritrovo abituale di numerosi ragazzini che spesso e volentieri non sono miei clienti: infatti alla chiusura del locale, mi capita frequentemente di raccogliere bottiglie vuote e lattine di alcolici non acquistati al Lobo Loco, ma altrove a bassissimo costo». «L'unica colpa - ribadisce, ammette, confessa e si giustifica - che posso avere avuto è quella di non aver chiesto, occasionalmente, la carta di identità a tutti i clienti che mi chiedevano alcolici; essendo nel locale da sola, senza dipendenti, qualche volta può essere capitato, nelle serate affollate di non chiedere ad alcuni il documento di identità, fidandomi delle loro sembianze da sedicenni».
E la ragazzina entrata in coma dopo 18 shottini bevuti nel locale? «Riguardo allo spiacevole episodio contestato, trovo molte incongruenze da quello che è stato scritto: ritengo sia impossibile che una ragazzina di tredici anni, alla sua prima bevuta, riesca a bene diciotto shottini di vodka, oltretutto in meno di un'ora, davanti ai miei occhi, senza che io me ne accorgessi e soprattutto senza dover chiedere l'intervento di un medico».
Poi la sua difesa-appello alla città e a tutti coloro che hanno letto e commentato, spiegando tutto sommato che così fan tutti, perchè «io non adescavo nessun ragazzetto» e che la «maggior parte dei locali offre il servizio degli shot ad 1euro». «Piuttosto - continua -, credo sia verosimile che i minorenni rimangano al di fuori del mio locale ad aspettare l'arrivo dell'amico maggiorenne con l'alcolico da consumare».
E poi perentoria: «Non ho mai venduto alcolici a bambini di 12 e 13 anni!» Quindi la conclusione, attribuendosi responsabilità, ma addossandone altre ad altri: «Non accetto di essere io il capro espiatorio di questa situazione, nata da una denuncia che forse dovrebbe essere rivolta verso un sistema educativo che preferisce usare la sottoscritta invece che assumersi la propria parte di responsabilità». E chiude: «Il tutto perché un ragazzino che arriva a bere fino a quel livello forse non è stato sufficientemente informato sulla gravità delle conseguenze e mi dispiace lo abbia dovuto capire sulla propria pelle».
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