La Nuova Ferrara

Ferrara

«Là fuori c’è qualcuno che vuole uccidermi»

di LUCIA PANIGALLI
«Là fuori c’è qualcuno che vuole uccidermi»

Ferrara, la lettera della donna vittima di un tentato omicidio e per la quale dal carcere è stata chiesta la morte: «Basta parlare di femminicidio, quando noi vittime siamo lasciate a noi stesse Tanti privilegi al mio quasi assassino, proteggano me: finchè vivrà lui non vivrò io»

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Ha rischiato di morire ammazzata dall’ex compagno. Lui è stato condannato, e lei si sentiva sicura perché era in carcere. Invece, il suo incubo continua. Il suo sfogo.

di LUCIA PANIGALLI

Sono arrabbiata, delusa e triste, molto triste! Come sempre oggi si parla e straparla di femminicidio, termine orribile e abusato, usato per descrivere ciò che è diventato qualcosa che non dice più nulla. Basta parlare di femminicidio, si tratta di assassinio, uccisione, omicidio: non è necessario applicare la par condicio proprio a tutto! E allora cominciamo con il mettere i puntini sulle “mie” i. Non ne posso più di dibattiti televisivi andati in onda in questi giorni, come ogni anno a cavallo del 25 novembre.

Non ne posso più di sentire che le leggi ci sono e basta applicarle; di sentire il carabiniere o la conduttrice di turno che si sprofondano in appelli accorati, perché le donne corrano a denunciare chi le maltratta; di questa giustizia lentissima a produrre sentenze definitive e velocissima nel liberare e concedere gli arresti domiciliari a ladri, rapinatori, scippatori e violentatori. Non ne posso più di sentire che un marito, indagato per la scomparsa della moglie, mai ritrovata, che si è sempre dichiarato estraneo ai fatti, messo alle strette e davanti ad un procedimento a suo carico, abbia la possibilità di chiedere e, vergogna, gli venga concesso il rito abbreviato! (Ma questo non è già di per se un’ammissione di colpa?).

Dicono che le leggi ci sono, ma quali? Nel mio caso chi mi voleva morta è stato messo in prigione dopo 5 anni dall’accaduto e solo dopo 5 costosi processi! Ma ha senso tutto ciò? Poi, come se non bastasse, dopo un anno circa, aveva già maturato dei benefici per buona condotta che gli avrebbero permesso di uscire qualche ora dal carcere per lavorare. Queste sono le leggi da applicare? Quando poi sento il ritornello televisivo che esorta a denunciare i maltrattamenti, mi viene una gran voglia di urlare che quasi tutte le donne uccise avevano già denunciato invano, rimandate a casa con il loro aguzzino e abbandonate a se stesse.

Si, sono arrabbiata delusa e triste, perché io ci credevo nella giustizia come chi, per sua fortuna, non ci ha mai avuto a che fare. Sono cresciuta in un’onesta famiglia di agricoltori, mio padre e mio nonno erano fermamente convinti che ci fosse una giustizia sana, giusta e uguale per tutti, ed io con loro. Ora, alla luce dei fatti, penso che se proprio si deve aver a che fare con la magistratura è assolutamente più conveniente essere dalla parte del torto: lì le tutele ci sono eccome, mentre le vittime si devono arrangiare alla meglio per tirare avanti e reinventarsi una vita come meglio possono, da sole. Oppure possono andare in televisione a chiedere giustizia, termine che ormai ha perso di significato. Ogni intervistato ripete a memoria il ritornello che «vuole solo giustizia» e così il tutto passa da un orecchio all’altro dello spettatore trasformandosi in aria fritta.

Quando poi si chiede ai vicini di casa notizie su quel personaggio che ha appena ucciso la moglie, la compagna, tutti a dire: «era una così brava persona, tranquilla, salutava sempre...», il che sta a dimostrare che tutti si disinteressano di tutti, al punto di chiudere gli occhi davanti ai fatti degli altri, persino di fronte ad una violenza sessuale in pieno centro, come purtroppo è già assurdamente successo.

E io? Il mio tempo si è fermato. Mi guardo allo specchio di sfuggita, il tempo strettamente necessario per controllare di non avere qualche sbaffo di cibo e una rapida assestata ai pochi capelli che mi sono rimasti. Le cure che costantemente faccio per contenere le conseguenze da sindrome depressiva da stress post traumatico sono veleno per il fegato e, tra le altre, favoriscono la caduta dei capelli. Per non parlare di una sensazione di vita in grigio, colore che non mi è mai piaciuto e che ho sempre associato alla piattezza.

Ho letto le parole di Carla Ilenia Caiazzo, la donna incinta di otto mesi cui il compagno ha dato fuoco, mi sono identificata con il suo non riconoscersi allo specchio. Ma non mi voglio paragonare a lei nemmeno lontanamente, i miei lineamenti non sono deturpati e faccio fatica, anche solo a pensare, alla disperazione di una giovane donna sfigurata per sempre. Ma l’immagine spietata che lo specchio mi rimanda, è quella di un volto invecchiato dalle rughe “della tristezza”, la pelle macchiata e spenta, l’espressione piatta di chi non si aspetta più nulla. Per questo, nel mio “piccolo”, provo come Carla Ilenia lo sconcerto di vedere riflesso nello specchio, un viso che non corrisponde a ciò che io ricordo di me, a quello che mi aspetto sempre di ritrovare e che non c’è più, ormai da quasi sette anni.

Per l’esattezza 6 anni, 8 mesi, 12 giorni e 5 processi. Se qualcuno mi chiede cosa ho fatto di speciale in questo tempo non so rispondere. I giorni scivolano via veloci, raramente mi fermo un attimo a pensare alla mia esistenza. Non posso permettermelo perché dovrei tirare le somme di una vita pallida, priva di sfumature e progetti e, quando come ora m’impongo di farlo, il solo pensare a come avrebbe potuto essere, mi distrugge. Per fortuna la mia famiglia ha bisogno di me ed io non mi tiro indietro, faccio ciò che devo e lo faccio tanto volentieri, ma si tratta di doveri, i piaceri non ci sono più. Nello scorso mese di febbraio, dopo un piccolo intervento, mi sono sentita abbastanza bene, c’era qualcosa di nuovo.

“Lui” era in prigione ed io sentivo il desiderio di riprendermi e ricominciare una vita sociale abbandonata da tanto, era una sensazione, un accenno di voglia di vivere e lasciarmi finalmente alle spalle tutto il male che avevo subito. Mi ero comprata un vestito nuovo e avevo deciso di organizzare un’uscita con le amiche di sempre, che per fortuna non mi hanno mai abbandonata. Sbrigavo le mie solite incombenze, uscivo la mattina per la spesa, il pomeriggio per prendere le mie nipoti a scuola, niente di speciale.

Se non fosse che ad ogni ora io mi muovessi, trovavo nei pressi di casa mia una pattuglia dei carabinieri. Mio figlio tornava la sera tardi da un viaggio di lavoro e loro erano lì, ripartiva il mattino presto e loro sempre lì. Alla mia richiesta di spiegazioni, con già il sangue in subbuglio (pareva che il cuore me lo dicesse che erano lì per me) mi sentivo rispondere che «erano normali controlli del territorio, dato che si erano verificati parecchi furti e truffe nella zona».

Non ho creduto una parola, e mi sono rivolta al comando di Cento chiedendo spiegazioni e stranamente la risposta mi è arrivata in fotocopia: «normale controllo del territorio...». E loro c’erano sempre, per quindici giorni hanno vegliato come potevano su di me. Poi un sabato pomeriggio mi ha convocato il maresciallo del mio paese per notificarmi un non precisato atto. Mi sono precipitata e, alle prime parole, il mio cuore ha quasi smesso di battere, il respiro non arrivava a sufficienza per espandere i polmoni... il mondo si è letteralmente fermato per un attimo e poi tutto è crollato.

Non poteva essere vero, tutte le mie paura prendevano corpo, ero impietrita! Mentre il maresciallo mi comunicava un avviso di garanzia alla persona offesa credevo di essere in un brutto sogno, sentivo le lacrime che mi riempivano gli occhi e si fermavano sul bordo rifiutandosi di scorrere e cadere.

Ma era tutto vero! Il Pubblico Ministero mi informava che l’uomo in prigione, già condannato per tentato omicidio aggravato della mia persona, era di nuovo indagato “perché agendo in concorso con altre persone..., compiva atti idonei e diretti in modo non equivoco a cagionare la morte di... (la mia). Atti consistiti nel commissionare l’omicidio fornendo ai correi gli strumenti logistici ed economici e le informazioni necessarie a organizzare e pianificare l’azione e le modalità di occultamento della stessa”. Insomma, non contento di come erano andate le cose, si era organizzato per farmi fuori una volta per tutte.

Oddio, là fuori c’era qualcuno già pagato per uccidermi! E’ stato come ricominciare da capo. I piccoli progressi che avevo guadagnato a fatica in 6 anni sono svaniti in un attimo, il pozzo si è riaperto ed io c’ero ancora dentro. Che fatica! Ma quando finirà tutto questo? Dovrò aspettare che uno di noi due muoia per avere finalmente pace? Quell’uomo, che doveva scontare 8 anni ora ha dimostrato chiaramente di essere troppo pericoloso per la mia vita. Spero non abbia più i benefici che sono pur previsti, spero che venga trasferito in un carcere molto lontano da me e dai miei famigliari, che buttino via la chiave della sua cella e non lo facciano più uscire, lo spero, ma...

Sarebbe il minimo che una vera giustizia dovrebbe fare per proteggere una vittima, visto che i benefici di legge che sono stati dati a lui sono stati inutili. Almeno, almeno che adesso proteggano me, perché la mia vita è legata a un filo, con l’impotente certezza che, finché vivrà lui, non vivrò io.

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