«Straziante vedere come l’hanno ridotto»
In aula le foto del corpo abbandonato di Pier Luigi a Fondo Reno. La sorella: «L’hanno fatto esseri umani, impensabile»
Duellano, in punta di diritto e procedura. Si “beccano” e punzecchiano a vicenda, avvocati delle difese e magistrati. Non sembra nemmeno di assistere al processo per l’omicidio più crudele che si ricordi a Ferrara negli ultimi decenni, tanti decenni. Dove si discute la morte di un uomo, Pier Luigi Tartari, ucciso da un gruppo di tre ladruncoli diventati assassini crudeli (queste le accuse) e due di questi (Constantin Fiti e Patrik Ruszo) sono qui in aula. Nella Corte d’assise, a luci spente dove vengono proiettate sullo schermo le fotografie “selezionate” del cadavere di Tartari, per evidenziare a tutti le condizioni con cui venne legato, imbavagliato e poi gettato nel tugurio di Fondo Reno, dove venne trovato il 26 settembre 2015, 17 giorni, dopo la sua scomparsa, in uno stato pietoso. Per non vedere come l’hanno ridotto, esce dall’aula Marco Tartari, il fratello: non può e non vuole guardare le foto di suo fratello Pier Luigi, di ciò che era rimasto di lui, legato con fascette elettriche e nastro adesivo. Ciò che le foto spiegano non è tutta la crudele realtà poi scoperta dal medico legale, Maria Rosa Guadio, “scartando” quell’involucro dove dentro c’era il corpo di Tartari.
Rita, la sorella, invece sceglie di restare in aula: «Dovevo esserci per mio fratello». Lei ha già visto le foto della perizia negli atti, ha letto le parole del perito Maria Rosa Gaudio nel descrivere la crudeltà con cui venne legato il fratello, con cui i suoi assassini infierirono su di lui. Rita resta quei pochi interminabili minuti a guardare, assieme a tutti: i giudici popolari, impietriti e di un pallore che spiega tutto, avvocati e gli stessi due imputati, i due ragazzini accusati di questo brutale omicidio. «E’ stato uno strazio al cuore - sussurra a fine udienza Rita - non posso aver parole per descrivere quello che sento, non posso nemmeno pensare che ciò che è stato fatto ad un essere umano è opera di altri esseri umani». Non è, e non vuole essere sprezzante verso nessuno, non lo ha mai fatto. E’ sempre stata presente a tutti gli atti, anche quelli più dolorosi, fin dall’inizio dell’inchiesta e rispiega che «fin dai primi momenti di questo calvario mi sono sempre detta che dovevo essere vicina a mio fratello: lui ha subìto tutto questo, massacrato per tutta quella sera (il 9 settembre dalle 21 fino, ndr) da questi altri essere umani, io sono qui». Nelle foto all’interno del tugurio di Fondo Reno si vede una massa scura, il corpo di Tartari: scurissima, perché i tessuti dei suoi vestiti sono imbevuti dei liquidi biologici, in uno «stato colliquativo». L’ispettore della polizia scientifica spiega le foto su richiesta del pool dell’accusa: il pm Ciro Alberto Savino e al suo fianco gli ispettori della squadra mobile che hanno condotto le indagini. Indica le foto, il poliziotto ai giudici: se non parlasse, se non spiegasse che ciò che è ritratto nelle foto - ciò che rimane di Tartari - nessuno penserebbe a un cadavere. Indica la testa di Tartari, ormai ridotta ad un ammasso informe, pieno di larve. Anche gli arti superiori non in posizione naturale, dovuta probabilmente allo stato di decomposizione. Pochi fotogrammi, una galleria dell’orrore. Si vede bene il bianco delle fascette elettriche, su spalle e braccia (a mani e dita lo scoprirà poi il medico “scartando”). In bocca, una palla di nastro a soffocarlo e attorno alla bocca un altro straccio, una maglietta, ancora nastro, con 8 giri. Fascette alle gambe, sul tronco, fino alle caviglie. Lo legarono così Ivan Pajdek, Patrik Ruszo e Constantin Fiti, quella notte del 9 settembre dello scorso anno. Per non farlo gridare, per non esser scoperti. Non ci sono riusciti, oggi sono qui, al buio, e il silenzio che c’è in aula è un urlo che li inchioda.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
