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«Lei era un mio gioiello» Ma maltrattava la moglie

«Lei era un mio gioiello» Ma maltrattava la moglie

Condanna al dentista 60enne che sposò ragazza 30enne via Skype in Tunisia La pena: 3 anni e 2 mesi per botte e privazioni per gelosia e volontà di possesso

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Lo aveva detto durante il processo, lui stesso, con una disarmante naturalezza. Lui, medico-dentista 60enne, Adnan Oubari, siriano, due studi tra Comacchio e Ferrara, disse che la donna che scelse di sposare nel 2012, conosciuta via Skype dall’Italia alla Tunisa, 30 anni più giovane, «era un mio gioiello da mostrare a tutti» e spiegò anche che le ragioni per cui l’aveva scelta: «l’avevo sposata per il suo aspetto fisico, ci tenevo alla sua silhouette». Questa naturalezza nell’ esprimersi sul possesso della donna che aveva sposato, esprimendo «una concezione assoluta di proprietà», è stata sottolineata più volte ieri nella requisitoria del pm Giuseppe Tittaferrante che ha chiesto e ottenuto per il marito-padrone la condanna a 3 anni e 2 mesi di pena (più i risarcimenti in altra sede). La sentenza del giudice Alessandra Testoni che ha accolto le tesi dell’accusa e della parte civile (avvocato Marinella Ricucci per la ex moglie) dimostra che le accuse rivolte all’ex marito con cui non vive più da anni, erano vere. Non si trattava di fatti inventati o raccontati in modo diametralmente a quanto giustificava il marito, sostenendo che la moglie «si comportava come pazza, era autolesionista».

Il marito non si limitava alle parole di “proprietà” e nei pochi mesi che hanno vissuto insieme a cavallo del 2012/2013, i maltrattamenti su di lei, giovane e bella, diventarono insostenibili, raggiungendo il parossismo della gelosia, morbosa e violenta che portava a privazioni: da qui le lesioni, un procurato aborto, l’obbligo per la donna a non poter mai uscire di casa da sola e non poteva imparare l’italiano. C’è di più, secondo quanto dicono gli atti e le accuse: lui in questa concezione di proprietà, le proponeva anche rapporti sessuali con altri, a tre, insieme a lui e un amico. Tutti fatti che vennero alla luce quando la donna abbandonò la casa, il 30 aprile 2013, dopo l’ennesime botte, refertate dal 118 e verbalizzate dai carabinieri: ecchimosi e macchie di sangue su lavoro. Le ultime botte, perché poi trovando protezione al Centro Donna e Giustizia, l’ex moglie denunciò tutto. E da lì, il pm Tittaferrante valutando fatti e privazioni, li ha trasformati in maltrattamenti con l’aggravante della crudeltà. Perché la vicenda aveva come sfondo socio-culturale la concezione della proprietà di un uomo su una donna. La stesa avvocatessa Ricucci, parte civile per l’ex moglie (sempre presente al processo) è lapidaria: «Il concetto di lei come gioiello espresso dall’imputato era solo uno dei tanti fatti gravi che sintetizzano la cultura del possesso, dell’oggetto».

«Sì, siamo soddisfatte della sentenza, alla luce del fatto che dobbiamo ricordare che l’ex marito sosteneva che tutto ciò che era stato denunciato era qualcosa che la mia assistita si procurava da sola».

Daniele Predieri

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