Via libera al pampepato extra Igp. Ma non chiamatelo "di Ferrara"
Il ministero legittima il doppio mercato e fissa le regole sulla dicitura. Soddisfatta la Cna: tutelati i produttori che non aderiscono al disciplinare
FERRARA. Per chiamarsi “Pampapato (o Pampepato) di Ferrara” deve essere strettamente Igp, ma per essere mangiato - con gusto - può chiamarsi semplicemente “pampepato”.
Dolce è stata la vittoria per quei produttori artigianali che rivendicavano il diritto di continuare a preparare la squisitezza al cioccolato senza aderire al disciplinare Igp. Il Ministero delle politiche agricole ha infatti riconosciuto la legittimità del “doppio binario di mercato”: se, da un lato, la denominazione “Pampe(a)pato di Ferrara” resta un’esclusiva degli operatori inseriti nei sistemi di controllo Igp, tutti gli altri possono continuare a produrre e mettere in vendita le loro personali “versioni” del dolce natalizio, a patto di non ricalcare la dicitura ufficiale.
Tutto era nato da alcune segnalazioni all’ente certificatore Agroqualità: all’apparire, già a fine ottobre, delle inconfondibili “calotte” di cioccolato nei forni e nelle pasticcerie cittadini, commercianti e produttori di pampepati Igp avevano lamentato la presenza di dolci non certificati ma comunque chiamati (e come altrimenti) pampepati. Da qui la polemica: ma come, sostenevano gli aderenti al disciplinare Igp, noi spendiamo denaro e fatica per attenerci alle norme per la certificazione, e la città pullula di pampapati “abusivi”?
Questione niente affatto trascurabile, al punto da indurre la Camera di Commercio a rivolgersi direttamente al Ministero. La richiesta di chiarimenti da parte dell’ente camerale, estesa anche ai cappellacci di zucca, risale al 3 novembre. Nel giro di un mese, il 5 dicembre, la risposta, così riassumibile: cari produttori extra Igp, preparate pure tutti i pampepati e i cappellacci come vi pare e vendeteli quanto volete, ma non sgarrate sulle denominazioni, perché “Pampe(a)pato di Ferrara”, così come “Cappellacci di zucca ferraresi” sono riservati esclusivamente al marchio Igp. Restano utilizzabili invece denominazioni più generiche come pampe(a)pato artigianale, cappellacci o cappellacci di zucca. Precisando comunque che «la valutazione dei singoli casi potrà essere rimessa all’autorità giudiziaria ordinaria». La “sentenza” ministeriale ha ripercussioni importanti non solo sui produttori, ma anche sui consumatori.
Un’interpretazione più rigida e restrittiva della questione avrebbe potuto innescare una sorta di “embargo del pampapato”: dalla concessione del marchio Igp (a fine 2015 dopo un iter durato dodici anni) solo un paio di produttori ferraresi hanno aderito al disciplinare, e un eventuale stop imposto a tutti gli altri avrebbe fatto sparire l’amatissimo dolce da decine di forni e pasticcerie.
Per questo il chiarimento del ministero è stato accolto con soddisfazione dalla Cna, a fianco di quei produttori extra Igp che reclamavano la possibilità di utilizzare i termini pampepato o pampepato artigianale per i loro dolci. «A sostegno di questi produttori che, dal pampepato (o pampapato) traggono ricavi importanti per la propria attività, specie nel periodo natalizio, Cna si è schierata con determinazione, mobilitando i propri organi di rappresentanza di categoria, sia a livello nazionale che regionale».
Luca Grandini, responsabile provinciale di Cna Alimentare, considera il pronunciamento del Ministero «una importante opportunità di mercato per le imprese produttrici della nostra provincia, da noi sostenuta con convinzione, in rappresentanza degli interessi di tante aziende ferraresi del settore che, altrimenti, sarebbero state private di un loro diritto, senza con ciò ledere i requisiti di mercato riconosciuti dalla denominazione Igp».
Alessandra Mura
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