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LA DOMENICA

Provincia sopravvissuta ma al verde

di LUCA TRAINI
Il Castello Estense sede della Provincia di Ferrara
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Il Castello Estense sede della Provincia di Ferrara

Il fondo domenicale del direttore della Nuova Ferrara

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FERRARA. Giovedì, mentre in castello sindaci e consiglieri voteranno per il rinnovo dell’amministrazione provinciale, a Roma l’Unione delle Province si riunirà per lanciare l’allarme tagli: gli enti salvati dal No al referendum sono a corto di risorse finanziarie e rischiano la paralisi. Per Ferrara il 2017 si annuncia nero: mancano 12 milioni per garantire l’ordinaria amministrazione, effetto della decisa sforbiciata sui trasferimenti statali e delle rate dei mutui che, cinque anni dopo il terremoto, l’ente dovrà tornare a pagare.


I soldi basteranno solo fino all’estate, dice apertamente Tiziano Tagliani. Un mese fa, mostrando ai prèsidi delle superiori una prima elaborazione di bilancio, aveva gelato le legittime aspettative spiegando senza troppi giri di parole che, garantiti sicurezza e comfort, il capitolo scuole era pressoché esaurito; ora il sindaco-presidente si trova nelle condizioni di dover incontrare i sindaci per condividere con loro l’elenco delle emergenze disseminate lungo l’ampia, ramificata rete stradale di competenza: saranno gli unici interventi – o quasi - che potrà garantire, mentre gli altri lavori, pure attesi, dovranno essere rinviati ad un futuro che non è in agenda.


Quest’anno si è potuto fare qualcosa in più anche per la possibilità di attingere ad uno specifico fondo Anas da cento milioni per la manutenzione stradale, ma è stata un’opportunità straordinaria, come la vendita di palazzo Scola Camerini, la sede della Questura, all’immobiliare Cassa depositi e prestiti per cinque milioni di euro, anche quelli sul bilancio 2016. Nel corso del 2017 potrebbe andare in porto la cessione del palazzo della Prefettura, sempre a Cdp Immobiliare, e magari potrebbero essere piazzati altri beni minori, ma poi? Comunque non basterebbero. C’è bisogno di entrate certe e strutturali, fissate assieme ad un chiarimento normativo sulle competenze dell’ente.

L’esito del referendum ha confermato la copertura costituzionale delle province, ma porta pure un impulso politico. Anche se il titolo della riforma e dunque il quesito stampato sulle schede elettorali non menzionavano l’abolizione delle province, il verdetto popolare non può essere ignorato, procedere con la loro smobilitazione come se il 4 dicembre fosse accaduto nulla, suonerebbe come un tradimento.


Di più: qualche professore si spinge a dire che la riforma Delrio, quella che riorganizza le funzioni provinciali per aree vaste, non sta più in piedi perché poggiava sul presupposto (è esplicito riferimento normativo) che la Costituzione sarebbe stata presto modificata. Saltata questa condizione, la riforma degli enti locali necessita di un tagliando, anche se è nel pieno della transizione che porta altrove competenze e personale. In Emilia Romagna più che nel resto d’Italia.


Il caso di Ferrara: di 420 dipendenti ne restano 170; gli altri sono stati trasferiti a Comuni e Regione, seguendo la titolarità delle funzioni di cui si occupano. Il turismo, che con il nuovo anno passerà in capo a Bologna, o il lavoro, per far due esempi. Il secondo davvero particolare: l’agenzia regionale del lavoro, chiamata a prendere in carico i centri per l’impiego, prima ancora di andare a regime è stata surclassata dall’agenzia nazionale introdotta dal Jobs Act con il risultato (provvisorio) che la rete degli sportelli provinciali è rimasta ma gli impiegati, una cinquantina, sono pagati per i due terzi dalla Regione e per un terzo dallo Stato.


Scuole e infrastrutture, le spese vere, continuano invece a pesare interamente sui bilanci di Ferrara e delle altre novantasei province. Sempre che le province riescano a predisporli, i bilanci per il prossimo anno. Che gli aiuti promessi dal governo che aveva riconosciuto alcune ragioni dei territori, si sono persi nella fretta con cui dall’oggi al domani, nel tumultuoso dopo-voto, è stata chiusa la Legge di Bilancio, blindata dalla fiducia al Senato. La speranza, ora, è in un intervento ponte, un decreto.


In assenza di un governo pienamente operativo, nell’attesa di un interlocutore con cui discutere di soluzioni strutturali, il grido d’allarme delle province è indrizzato al capo dello Stato. Le province lo hanno già trasmesso con una lettera firmata dal presidente dell’Upi, sarà rilanciato giovedì. Con forza. Ne va della possibilità di erogare servizi ai cittadini.
Buona domenica.
Luca Traini


 

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