I biglietti erano rimborsati ma i soldi non erano suoi
Giovane a processo: usava codice di una carta di credito non sua per acquistarli poi chiamava la società dei treni e si faceva accreditare il prezzo sul conto
I soldi li metteva, a sua insaputa, la titolare della carta di credito. I rimborsi per i viaggi mancati invece li riscuoteva lui, perché aveva trovato il modo di rendere invisibile il raggiro alle aziende del trasporto ferroviario che fornivano il servizio.
A mettere a punto il meccanismo truffaldino, che ha fruttato all’imputato nel 2014 le centinaia di euro che gli vengono contestate dalla pubblica accusa, è stato Stefano Tarascio, 27 anni, nato a Napoli ma residente a Ferrara. La condotta illegale finita al centro del processo è descritta dall’articolo 615 quater del codice penale e punisce chi si appropria abusivamente di un codice o di parole chiave protetti da segreto per «procurare a sé o ad altri un profitto o arrecare danno» ad altre persone. Il codice che Tarascio utilizzava era associato alla carta di credito di una risparmiatrice di Perugia e non si sa come il giovane sia riuscito a procurarselo. Fatto sta che, secondo gli addebiti che gli sono stati mossi, lui lo ha ampiamente utilizzato. Il “giochino”, che riusciva ad aggirare eventuali controlli sui destinatari dei rimborsi da parte delle società ferroviarie, veniva innescato dall’acquisto on line (con codice “trafugato”) del biglietto, finanziato con i fondi messi inconsapevolmente a disposizione dalla proprietaria della carta di credito, che poi avendo notato una serie di ammanchi sul proprio conto corrente ha sporto denuncia. Una volta ricevuto il biglietto l’imputato, che è difeso dall’avvocato Emiliano Mancino, chiamava il call center della società che lo aveva emesso e comunicava di non poter effettuare il viaggio che il più delle volte veniva prenotato sulla tratta Bologna-Milano. Il ventisettenne presentava quindi la richiesta di rimborso del biglietto utilizzando una casella di posta elettronica che non riportava direttamente al suo nome e si faceva accreditare la somma su un conto al quale aveva accesso lui, diverso da quello utilizzato per i prelievi. La procedura architettata ha funzionato varie volte prima che la titolare della carta lanciasse l’allarme e venisse avviata l’inchiesta. A Tarascio (il pm è Alberto Savino) gli inquirenti sono giunti attraverso un numero di cellulare che l’uomo aveva registrato a suo nome in un centro commerciale: lì l’inchiesta era giunta grazie ad un importante dettaglio catturato durante le indagini. Da qui il rinvio a giudizio e il processo che dovrà valutare le accuse.
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