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«L’emergenza è un alibi per gli errori della politica»

di Alessandra Mura
«L’emergenza è un alibi per gli errori della politica»

Susanna Camusso all’iniziativa Cgil: «A Gorino anche paura in buona fede»

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C’è un filo, neanche tanto invisibile, che unisce chi fomenta paura e diffidenza nei confronti dei migranti e chi condanna i giovani (e meno giovani) a un’eterna precarietà fatta di voucher, impieghi sottopagati, lavoro nero e stage gratuiti. Quel filo lo ha dipanato ieri la leader della Cgil Susanna Camusso all’iniziativa pubblica “Oltre i muri dell’emergenza”organizzata al cinema Apollo dal sindacato e da una nutrita schiera di associazioni in occasione della Giornata nazionale dei migranti.

«Parlare di emergenza è un alibi per non affrontare il problema e creare una contrapposizione per altri fini - ha detto Camusso - Ma le cause della crisi, della disoccupazione e della precarietà vanno cercate nell’erosione progressiva del welfare, e negli errori della politica, non in chi arriva in Italia su un barcone o nascosto sotto un camion. È sbagliato pensare di costruire il proprio futuro calpestando quello altrui. È proprio aiutando gli ultimi, invece, che si aiuta l’intera società». «Uno dei nodi irrisolti - ha sottolineato la segretaria generale della Cgil - è quello dell’utilizzo dei servizi sociali, che viene considerato in chiave allarmista e non come strumento di prevenzione e garanzia di diritti di cittadinanza. Salvo poi scoprire che l’integrazione scolastica è la strada migliore per superare diffidenze, paure e false credenze».

Ad ascoltare Susanna Camusso, una platea di circa 500 studenti delle scuole superiori della provincia, pubblico e insieme protagonisti di un evento che ha saputo coniugare diversi linguaggi offrendo un approccio variegato a un tema complesso: i filmati di “Occhio ai media”, a sottolineare la responsabilità e l’influenza che articoli, titoli e locandine ricoprono nel veicolare messaggi e opinioni sul tema; le domande dei ragazzi del Remo Brindisi e del Carducci; il rap antirazzista “La nostra rivolta” degli studenti dell’Ipsia Fratelli Taddia di Cento; lo sketch teatrale delle attrici Sabrina Bordin e Katia Gianisella, nei panni di due amiche in fila alla posta intente a battibeccare su una serie di luoghi comuni sugli immigrati, puntualmente smentiti dall’”esperto in linea”, ovvero l’avvocato della Cgil Emilia Romagna Andrea Ronchi nei ruolo...di se stesso: vita di lusso per i migranti in hotel a 4 stelle? «Come no: pagati in nero con salari più bassi di un quarto di quelli italiani. Immigrazione uguale delinquenza? Ma se è lo stesso capo della polizia a negare questa equazione. Attenti, pero: la marginalità espone chiunque a essere avvicinato dalla criminalità, e non certo per motivi genetici, altrimenti dovremmo escludere che gli stranieri possano macchiarsi di corruzione, bancarotta o reati fiscali».

Ancora info-recitazione, con la storia di Safeer Alì, afghano, arrivato sedicenne in Italia dopo un viaggio di trenta ore dalla Grecia, nascosto sotto un camion, sorretto dalla «dignità che hai dentro, la sola che ti deve bastare, perché altra non te la concedono». Mille lavori saltuari, stage gratuiti con la promessa disattesa di un posto fisso, l’ultimo impiego perduto al termine di un “permesso” di tre settimane per andare ad assistere la madre ammalata.

E poi la testimonianza delle studentesse dell’Einaudi, di ritorno da un’esperienza nel centro di prima accoglienza di Lampedusa; il racconto, atroce e insieme poetico nella sua sobrietà, della giornalista e fotoreporter Annalisa Vandelli: «Una bimba si sveglia in un ospedale di Amman: è rimasta sola, perché la sua famiglia è stata sterminata, e non ha più una gamba. La guerra è questo: una guerra metallica, che non guarda nessuno».

Prima ancora era stata Grazia Naletto, presidente dell’associazione Lunaria, a mettere in evidenza pregiudizi e demagogie, ma anche alcune insensatezze normative, a cominciare dal trattato di Dublino che impone che la domanda di protezione internazionale debba essere presentata nel primo Paese di arrivo. Esponendo così quelli più soggetti agli sbarchi - come Italia e Grecia - a affrontare ingenti arrivi via mare: «Una norma che deve essere cancellata - ha riconosciuto Camusso - così come la legge Bossi Fini che ha reso un reato la condizione di clandestinità. È poi fuori dubbio il mancato funzionamento dell’Unione Europea, che si è dimostrata incapace di affrontare un tema così vasto. Quello che manca è la responsabilità di lavorare per la pace; se non eserciteremo la nostra funzione di Paesi di pace tutto questo: i bombardamenti, i bambini soldato, le guerre, non finirà mai. Con l’incubo del ritorno dei totalitarismi».

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