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Botte e pugni alla fidanzata, condannato

Botte e pugni alla fidanzata, condannato

Tre anni per lesioni aggravate. La vittima aveva detto ai medici del pronto soccorso di aver avuto un incidente

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CENTO. L’ha riempita di botte fino a farla andare all’ospedale: traumi e lesioni guaribili in 40 giorni, abbastanza per far scattare la denuncia d’ufficio. Lei però, in preda a inestricabili sensi di colpa (le consulenze successive parleranno di disturbo post traumatico da stress) inizialmente aveva cercato di coprirlo, dicendo che aveva avuto un incidente d’auto a causa di una volpe che le aveva attraversato la strada, costringendola a frenare e facendole sbattere il viso contro il volante. Una bugia disperata a cui nè i medici nè i suoi familiari hanno creduto, capendo al volo che quello che avevano di fronte era l’ennesimo caso di violenza su una donna, facendo avviare le indagini e convincendo poi la vittima a sporgere denuncia.

Il risultato, ieri, è stata la condanna dell’imputato, Mauro Lodi di 47 anni, a tre anni di reclusione, la stessa pena che aveva chiesto l’accusa sostenuta ieri dal viceprocuratore onorario Alessandro Rossetti.

L’uomo si era difeso sostenendo, in sostanza, di non averlo fatto apposta. Che quei traumi, quell’occhio nero e quei lividi erano ferite accidentali, procurate nella foga di un litigio animato ma non inflitte volontariamente. Le consulenze mediche gli hanno dato torto; le relazioni hanno stabilito che si trattava al contrario di classici “traumi da sport”: pugni, gomitale, schiaffoni assestati con la volontà di far male, e del tutto compatibili con il racconto della vittima.

La vicenda risale al 2014 in un piccolo centro del Centese. La coppia si frequenta da qualche anno ma lei tiene nascosta la relazione ai genitori, certa che non approverebbero. Il rapporto è in effetti abbastanza turbolento, ma senza esplosioni di violenza. Tutto cambia un sabato sera di giugno, quando i due hanno un acceso diverbio mentre sono a cena fuori. Lui si alza e se ne va. Lei, con la scusa di riportargli il portafogli lo raggiunge a casa sua. E la lite ricomincia. La ragazza, quasi soggiogata da una specie di rimorso, ha detto poi agli inquirenti di averlo provocato, di averlo fatto arrabbiare. Di sicuro la reazione del suo compagno è stata spietata: l’ha afferrata per i capelli, strattonata, sbattuta contro un tavolino e picchiata. «Mi facevano male i denti, sono andata poi in bagno e ho visto che l’occhio cominciava a gonfiarsi». Tornata a casa, ha raccontato la storia dell’incidente, la stessa che ha riferito ai medici del pronto soccorso che le hanno riservato una prognosi di 40 giorni. Intanto la voce si era sparsa in paese. Il fratello della vittima apprende tutto al bar, tra gli amici della sorella che, chiamati poi a testimoniare a favore dell’accusa, hanno tenuto un atteggiamento al limite della reticenza. La stessa vittima ha faticato a decidersi a denunciare, prigioniera di un trauma che per lungo tempo le ha permesso solo di piangere, togliendole ogni altra volontà.

Passo dopo passo, attraverso le indagini dei carabinieri, le testimonianze, le consulenze mediche e psicologiche, i fatti sono stati ricostruiti e ieri la vicenda è arrivata alla prima verità processuale: quelle ferite non sono state accidentali, conseguenza di una caduta o di un colpo involontario, ma inflitte con dolo, per fare del male. Il giudice, accettando in pieno la richiesta della pubblica accusa, ha accolto questa tesi, confermando il reato di lesioni volontarie aggravate contestato all’imputato e condannandolo a tre anni di reclusione, più il pagamento delle spese processuali e di una provvisionale di 30mila euro alla parte civile.(a.m.)

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