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la crisi della banca

Carife, dipendenti oggi in assemblea. Paura e rabbia per gli esuberi

Carife, dipendenti oggi in assemblea. Paura e rabbia per gli esuberi

Ferrara, in prepensionamento da 100 a 150 persone, altre 250-300 a casa solo con due anni di stipendio. «La risoluzione doveva salvaguardare i posti». Possibili manifestazioni per premere sul governo

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In tutte le filiali Nuova Carife già ieri pomeriggio sono apparsi i cartelli di avviso che oggi è “giornata corta” per il pubblico, fino alle 12.30, per consentire al personale di partecipare all’assemblea del pomeriggio in Fiera, la più drammatica nella storia dell’istituto. È prevista un’affluenza massiccia e del resto lo choc degli annunci di mercoledì, oltre 400 esuberi su 847 addetti al netto dei prepensionamenti già attivati, non è semplice da assorbire, e promette di trasformarsi in rabbia. Dal punto di vista formale l’assemblea di oggi è «informativa», sui contenuti della procedura avviata dall’azienda, in realtà si tratta di raccogliere gli umori dei dipendenti e di confrontarli con il disagio che in queste ore stanno confessando alcuni delegati sindacati, nei colloqui con i colleghi: essere quelli che mettono la firma su di un accordo che porta al licenziamento, non all’uscita “dolce”, di una grossa fetta di quei 400 esuberi, sacrifici richiesti a fronte peraltro di una semplice offerta non vincolante di acquisto da parte di Bper.

Mentre nelle filiali i clienti sembrano aver reagito in maniera composta alle notizie, il confronto sui numeri degli esuberi è iniziato ieri con un incontro definito tecnico, al quale ha partecipato l’ad Giovanni Capitanio per Nuova Carife e i rappresentanti sindacali aziendali sul fronte dei lavoratori, ma i margini non sono ampi. Al momento ci sarebbero 96 posizioni in grado di entrare in prepensionamento, con lo scivolo di legge dei cinque anni, ai quali se ne aggiungerebbe un’altra quarantina nella condizione, per nulla garantita, di allungamento dello scivolo a sette anni (i soldi governativi per ora non ci sono). Nel “migliore” dei casi, dunque, si tratterebbe di gestire qualcosa come 250-260 licenziamenti, con la possibilità di salire fino a 307, con il solo paracadute offerto da Roberto Nicastro di un paio d’anni di stipendio come buonuscita. Considerato che l’età media dei dipendenti Carife si è molto abbassata con le operazioni sul personale dei commissari, non si vedono molti esodi “volontari” all’orizzonte, per cui ad un certo punto ci si troverebbe a dover scegliere chi sacrificare sulla base di indicatori di tipo “sociale”. L’aggravante è la necessità di fare presto, con la firma richiesta entro i 50 giorni ma l’input di Nicastro di chiudere prima, possibilmente entro l’anno. È probabilmente questo il motivo che ha tenuto lontano Ubi dalla sola banca ferrarese.

«Inaccettabile», «in Etruria e nelle altre non si farà nulla del genere», «per fortuna che la risoluzione era stata motivata con la salvaguardia dei posti di lavoro», ecco la sintesi delle reazioni di dipendenti e delegati. È nell’ultima frase il nocciolo delle rivendicazioni che potrebbero uscire dall’assemblea, visto che con il passare delle ore il mirino si sta spostando sulla politica e in particolare sul governo. Ieri sera si rincorrevano voci di imponenti manifestazioni di protesta, basate appunto sul fatto che sarebbe disatteso un punto cardine della procedura avviata un anno fa con il sacrificio di migliaia di risparmiatori, cioè la salvaguardia dei posti di lavoro. Una “messa in mora” della politica, insomma, da parte di un nucleo di dipendenti che non vuole essere il primo a sperimentare la novità dei licenziamenti di massa nel mondo bancario. Tutti fanno presente che dal 2014, in Carife, si fanno 20 giorni di solidarietà all’anno e che il 31 dicembre scade, senza prospettive di rinnovo, il contratto integrativo con tanto di ticket pasto, polizza assicurativa e bonus per i vecchi assunti.

Per il momento rimangono sullo sfondo le possibili distribuzioni “territoriali” dei sacrifici, visto che le nove filiali modenesi con una quarantina di dipendenti sembrano le più esposte in caso di acquisizione da parte di Bper, e “ballano” sempre i 42 dipendenti napoletani di Commercio e Finanza, oltre a quelli della filiale romana. Si porrà in ogni caso il tema della funzionalità del troncone di banca che sopravviverà alla razionalizzazione, poiché già i 39 addetti in prepensionamento a fine anno lasceranno scoperti i vertici di aree fondamentali come crediti, contenzioso, tassi e condizioni; e altre professionalità di livello se ne dovranno andare con i nuovi accordi. Bisogna infine considerare che Bper non è nel sistema Cedacri, quindi bisognerebbe armonizzare l’informatica.

Stefano Ciervo

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