«La vita a metà, senza occhio e giustizia»
Michele Allocca venne accecato in un agguato di ultras: condannati, non hanno mai pagato danni. Ora altra battaglia legale
«Ho perso un occhio, subito tanti interventi, non ricordo più se sei, sette… un vero e proprio calvario. Da anni porto una protesi oculare, ed è come vedere il mondo a metà, bisogna viverlo per provarlo. Ho reagito, certo, mi sono fatto una famiglia, un figlio, ho un lavoro, ma...è molto, molto dura».
E’ dura, durissima perchè Michele Allocca, 41 anni, ferrarese, vive oggi la sua vita a metà senza un occhio e con l’aggravante di una giustizia negata. Che aspetta dal 28 febbraio 1999, quando lui, tifoso del Mapoli (sua città d’origine), a Bergamo, fuori dallo stadio prima della partita Atalanta-Napoli venne sfregiato con un bicchiere di vetro che 5 ultras gli spaccarono in faccia.
Ma oggi, 17 anni dopo, cosa è rimasto di tutto questo?
«Oggi ho avuto giustizia solo sulla carta, nel senso che sono arrivate le condanne definitive per quattro dei cinque aggressori (uno fu assolto, ritenuto solo connivente), di quell’agguato che quella maledetta domenica del febbraio 1999 mi hanno teso (avevano anche un cane lupo che quando mi hanno lasciato a terra sanguinante, mi mordeva un braccio) e che mi ha rovinato l'esistenza. Ma in questi anni, nessuno di loro ha pagato, né col carcere (per alcuni è stata dichiarata la prescrizione) né economicamente, se non in modestissima parte».
Insomma, i giudici hanno condannato i responsabili, ma chi ha sbagliato non pagherà mai il male fatto a lei, come a tante altre vittime.
«Uno pensa che se un tribunale ti dà ragione, avrai davvero giustizia. Non è sempre vero, purtroppo. Io avrei diritto di incassare 170 milioni di vecchie lire e 50.000 euro di provvisionale, oltre agli interessi e la rivalutazione (solo i danni del penale, quelli del civile molto più alti, ndr). E avrei diritto di promuovere una causa contro i condannati per l'intero danno che ho subito. Ma in Italia, purtroppo, per cercare giustizia occorre investire soldi, tanti: le cause costano e poi devi avere speranza di prenderli, se vinci la causa. E se chi viene condannato non ha niente da perdere...»
Lei e il suo legale (avvocato Maruzzi, ndr) andate avanti, ancora, chiedendo allo Stato un indennizzo previsto da norme europee, facendo causa alla presidenza del consiglio, per un risarcimento, certo materiale ma immagino soprattutto morale?
«Sì, è così: col mio avvocato stiamo tentando anche questa strada: ho chiesto il risarcimento allo Stato e in particolare alla presidenza del consiglio dei ministri come vittima di reato violento. Lo Stato italiano non ha applicato una direttiva europea e ci sono alcune sentenze che condannano l'Italia a risarcire le vittime, per non avere applicato la direttiva, lo spero davvero che accolgano la richiesta».
Nel corso dei processi ha avuto modo di ascoltare le ragioni dei tifosi (ultras), di entrare in questo mondo. Ma oggi di fronte a risse, tafferugli e tanto altro negli stadi, cosa pensa? E da allora, è più tornato a vedere una partita?
«Mi si creda, quando sento parlare di calcio, di stadi, di partite, ho il rigetto, credo sia comprensibile. Quando sento di risse, tafferugli, vorrei parlare con ogni tifoso, semplicemente facendogli vedere il mio volto, forse qualcosa capirebbe, forse...»
Davanti però abbiamo un muro di gomma, dovuto a protezione e omertà dei tifosi come emerso nella sua vicenda.
«Durante i processi a Bergamo ricordo che c'era molta tensione: gruppi di ultras sostenevano gli imputati, c'era un clima pesante, forze dell'ordine a presidiare. Dopo le udienze i miei avvocati venivano scortati fin fuori Bergamo. Negli atti del processo si capiva che alcune frange ultras dell'Atalanta all'epoca condizionavano la dirigenza della squadra, praticamente succube. Anche dopo l’agguato di quella domenica mattina ci furono manovre strane per gestire il mio “incidente”».
Resta la cruda realtà di oggi: pur condannati, nessuno dei suoi aggressori potrà pagare i danni stabiliti dai giudici. Avrà pur qualcosa da dir loro?
«Mi ha sempre raggelato la loro assoluta indifferenza ai processi, le domande dei loro avvocati mi sembravano assurde, facevano male, avendo io vissuto quel dramma. Se potessi, chiederei loro il perchè: è mai possibile concepire che persone con un bicchiere di vetro in mano, lo sfracellino in faccia ad un'altra persona solo perchè sostiene la squadra avversaria? E’ possibile che uno dei miei aggressori, Claudio Galimberti, uno dei capi ultras, invitato ad un “Porta a Porta” di Bruno Vespa, lo sentii lamentarsi per le false credenze diffuse sugli ultras, parlando di etica e moralità degli ultras? Una vera e propria beffa, presa in giro: avrebbero dovuto far vedere in tv la mia faccia, il mio occhio che non c’è più, la mia vità a metà».
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